Per la serie BlastingTalks, intervistiamo Alessandro Ramazza, presidente di Assolavoro, l'Associazione Nazionale di Categoria delle Agenzie per il Lavoro.

BlastingTalks è una serie d'interviste esclusive con business e opinion leader nazionali e internazionali per capire come la pandemia di Coronavirus abbia accelerato il processo di digitalizzazione e come le aziende stiano rispondendo a questi cambiamenti epocali. Leggi le altre interviste della serie sul canale BlastingTalks Italia.

Quali sono gli ultimi dati in vostro possesso riguardo all’emergenza Covid-19 e che opinione vi siete fatti sui trend che riguardano il mondo del lavoro dopo la diffusione del Coronavirus?

Il Covid19 ha avuto effetti pesantissimi e ancora li va dispiegando su molti settori e sull’andamento dell’economia in generale, i dati sono noti e le previsioni impongono un surplus di responsabilità in capo a tutti.

Per altri versi l’emergenza ha determinato una accelerazione improvvisa di alcune tendenze già in atto, dall’uso diffuso delle piattaforme di comunicazione e di formazione a distanza a tutto quanto ruota intorno al lavoro. Nel Novecento l’idea del lavoro era legata a una postazione, un contratto magari per tutta la vita, un certo numero di competenze, una combinazione stretta tra orario di lavoro e retribuzione. Ora tutto il paradigma, già molto mutato, è cambiato e va cambiando irrimediabilmente e se ne ha una più diffusa consapevolezza.

Tra le proposte inserite all’interno del vostro position paper c’è anche l’idea di garantire la flexicurity, prevedendo su contratti temporanei maggiori tutele per il lavoratore: attraverso quali metodi e con quali risvolti attesi?

La premessa, necessaria, è che la tutela del lavoro non ha più il suo centro nella tutela del posto, ma nella tutela del lavoratore. Lo dicono i dati, anche quelli più recenti: oltre la metà dei nuovi contratti a tempo indeterminato non dura poi oltre i tre anni. Se si sposta l’attenzione alle persone si scopre che la migliore forma di tutela è fatta di garanzie e welfare in costanza di rapporto di lavoro e di continuità di reddito e formazione finalizzata anche durante le fasi di non lavoro.

Quando si parla di occupabilità si parla di questo, della possibilità che una persona per competenze tecniche e per “soft skills” possa incrociare al meglio la domanda di figure professionali che viene dalle imprese.

In questo le Agenzie per il Lavoro hanno una lunga e consolidata esperienza. In un anno occupiamo oltre 800mila persone (dati 2019) con il contratto di somministrazione, ovvero garantendo ai lavoratori stessi diritti, stesse tutele e stessa retribuzione del lavoratore alle dirette dipendenze dell’azienda presso la quale sono impiegati.

Passiamo al tema della formazione professionale: la crisi impone l’urgenza di ripensare il mondo del lavoro. Come si inserisce il capitolo della formazione in questo processo?

È il vero tema centrale. Va ripensato il percorso complessivo, dagli istituti superiori: sono troppo pochi gli ITS in Italia e coloro che seguono questi percorsi trovano lavoro agevolmente.

La formazione poi deve accompagnare la persona durante tutta la vita, prima della prima occupazione, nel corso di un impiego, nelle fasi di non lavoro per accrescere o riconvertire le competenze. Le Agenzie formano gratuitamente – tutti i servizi offerti dalle Agenzie per il Lavoro a chi cerca una occupazione sono gratuiti, naturalmente – oltre 270mila persone in un anno (dati 2019). Circa la metà accede poi a un contratto di lavoro. In almeno un corso su due ci sono moduli che riguardano il digitale e la manifattura 4.0. e non da oggi, già da anni.

All’interno del vostro paper “Le proposte delle Agenzie per il Lavoro per la ripartenza del Paese” si evidenzia anche la necessità di implementare un grande piano di servizi: può raccontare ai lettori di cosa si tratta?

Va prima di tutto superato un approccio confuso e talvolta di contrapposizione ideologica alle imprese che ha accompagnato alcuni interventi legislativi negli ultimi anni, dal decreto dignità al reddito di cittadinanza, per costruire – assieme – percorsi virtuosi.

Il Decreto Dignità si pone l’obiettivo di dare più tutele ai lavoratori e finisce per trascinarne tantissimi da contratti con maggiori tutele, come è il lavoro dipendente alle dirette dipendenze dell’azienda o in somministrazione, verso forme con poche tutele o nessuna tutela. Vanno coniugate due esigenze che possono apparire contrapposte: quella di flessibilità dell’azienda e quella di continuità di reddito del lavoratore. Non è un risultato che si ottiene attraverso meccanismi costrittivi, i risultati migliori vengono in primis valorizzando la buona flessibilità e i contratti a termine e contestualmente dando corso a politiche attive efficaci.

Il reddito di cittadinanza seppure ha avuto l’obiettivo lodevole di favorire un accesso al reddito per chi vive in condizioni di difficoltà, ha mischiato le carte. È un intervento assistenziale, non di politica attiva. Serve per lo più a chi, per mille ragioni, non è nelle condizioni di lavorare. Le politiche attive invece impongono percorsi diversi e una sana e virtuosa collaborazione tra centri per l’impiego e Agenzie per il Lavoro, come pure ne sperimentiamo in alcuni territori.

Parliamo della gestione dell’emergenza Coronavirus e della successiva fase di rilancio: quali modelli organizzativi devono adottare le aziende per ripartire in sicurezza?

Le Agenzie per il Lavoro hanno tempestivamente creato le condizioni per accompagnare le aziende nella riapertura in sicurezza dopo la fase del lockdown.

Lo hanno fatto grazie al know how specifico, alla collaborazione nel definire protocolli, procedure, azioni da porre in essere. E naturalmente cercando, completando la formazione ove necessario, delle figure professionali impiegate sulla sicurezza in relazione al Covid. È stato un lavoro intenso che ci ha permesso di consolidare ulteriormente il ruolo di partner strategici delle imprese, non solo nelle fasi di sviluppo, ma anche per affrontare al meglio le criticità.

Infine, veniamo alla necessità di garantire una maggiore alfabetizzazione digitale nel mondo del lavoro: cosa suggerisce il vostro piano e perché parlate di “skill revolution”?

La necessità di nuove competenze in un’ottica digitale riguarda tutti, qualsiasi sia il lavoro che si fa e che si farà.

Per questa ragione occorre una skill revolution, che parta da due fronti: l’istruzione, con moduli che guidino sapientemente in questa direzione e la Pubblica Amministrazione. Senza uno scatto fortissimo del Pubblico in questa direzione gli obiettivi complessivi restano necessariamente dimezzati rispetto alle potenzialità.

Serve un Grande Piano di formazione digitale, modulato, che da una parte introduca e fornisca le competenze basiche a chi non le possiede e dall’altra spinga la formazione di figure professionali in ambiti quali Internet of Things, Intelligenza Artificiale, Big Data, settori che già da un po’ lamentano difficoltà nel reperire figure professionali adeguate e che durante la fase di emergenza da Covid non hanno per niente risentito del lockdown, al contrario, hanno avuto una ulteriore impennata. La sfida vera è questa: la formazione come perno intorno al quale centrare i servizi più utili per accompagnare le persone nella ricerca di un lavoro o di un nuovo lavoro.