L’immagine è quella di un’Europa travolta da un’ondata di migranti. Un fiume di disperati in fuga da guerre e condizioni impossibili da sostenere, disposti a correre rischi enormi pur di portare i figli verso un futuro migliore.

La sensazione è che l’Europa sia simile a uno di quei barconi. Forse è un’imbarcazione migliore, anzi non c’è dubbio che lo sia, ma è pur sempre un’imbarcazione popolatissima, perché ci siamo già noi europei sopra, e ci pare di stare stretti.

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La paura diventa che, se sulla nostra barca facciamo salire tutti quei migranti, finiamo con l’andare a picco tutti quanti. 

Ma quali sono i numeri, quelli veri, di questa crisi?

Quest’anno, in Europa, si stima possa arrivare un milione di richiedenti asilo. 

Oggi, Libano e Giordania (10 milioni di abitanti in totale) hanno già accolto due milioni di profughi provenienti da Siria e Iraq, perciò stanno sopportando un afflusso di persone tale da incrementare la loro popolazione del 20%.

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Considerando le sole Italia (60 milioni di abitanti), Germania (80 mln), Francia (65 mnl) e Gran Bretagna (65 mln), è chiaro che l’impatto dovuto all’arrivo dei migranti non può essere paragonabile neppure per sbaglio.

Nessuna o poche lamentele dai piccoli Libano e Giordania, mentre l'Europa versa fiumi di lacrime sull'emergenza migranti.

L’emergenza è reale, innescata dall’assenza di una politica comune UE.

Ognuno per sé.

Sembra essere questo il motto che unisce, dividendoli, i governi dell’Unione Europea.

Italia e Grecia sono prigioniere degli accordi di Dublino, in base ai quali accoglienza, identificazione e analisi delle richieste di asilo sono in carico ai paesi dove avviene lo sbarco, solo che quegli accordi erano stati immaginati ipotizzando flussi migratori fra un quarto e un quinto degli attuali.

I  paesi dell’ex blocco sovietico, privi di una vera esperienza di immigrazione, tendono a rispondere con una chiusura totale, sfociata con la costruzione, da parte dell’Ungheria, di un muro di quasi 200 chilometri di lunghezza lungo il confine meridionale con la Serbia, nel tentativo di bloccare la cosiddetta rotta balcanica.

Ma anche Gran Bretagna e Francia, che pure di cultura di immigrazione non sono affatto prive, hanno più volte accennato all’intenzione di costruire un muro per meglio controllare l’imbocco di Calais. In più, la Gran Bretagna ha deciso di non collaborare in alcun modo ai piani europei di gestione dell’emergenza profughi, annunciando che accoglierà fino a 15 mila migranti, prelevandoli con opportuni mezzi dal confine siriano, ma non parteciperà alle quote di ricollocamento UE.

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Una mossa unilaterale, tanto quanto quella della Germania di Angela Merkel, che, sfruttando le opportune clausole, ha stabilito di superare gli accordi di Dublino dando accoglienza diretta ai profughi provenienti dalla Siria.

Tanti contributi diversi, molti dei quali positivi, che tamponeranno l’emergenza, ma non risolveranno il problema.

Perché il problema non è e non può essere un milione di profughi che raggiunge l’Europa in fuga da una guerra, ma che cosa rappresentano questi profughi.

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Sono tutti migranti economici.

Il fondamentale errore dell’UE e della comunità internazionale potrebbe proprio rivelarsi questa scelta, o necessità, di distinguere fra migranti economici e profughi. In realtà, sono tutti migranti economici, perché rappresentano la tendenza di paesi sottosviluppati a trasformarsi in nazioni moderne, più evolute e ricche.

Non è una definizione spregiativa, ma una fotografia del presente tramite gli effetti futuri: si tratta di persone che reclamano ricchezza in un mondo in cui la distribuzione della ricchezza è diseguale, assurda e inaccettabile. Ciò che dovrebbe preoccupare i governi è il fatto che, a questi aggettivi, la venuta dei profughi ne aggiunga uno – insostenibile – che da solo dimostra l’entità del problema.

Non è un’emergenza e non è una crisi, ma il mondo che cambia, suggerendo (sì, per ora ci si limita a quello) che la distribuzione di ricchezza, così com’è, è insostenibile.

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