A primo impatto non possono che circondarci i brividi. C'è questo bambino, immobile su una delle tante poltrone delle ambulanze, non si dispera, non dà segno di sofferenza eppure ci fa sentire come se avessimo violato il bene più prezioso del Paradiso. A pelle sono queste le reazioni che crea una sola foto, un attimo rubato di un'intimità aperta agli occhi del mondo.

Questo bambino è stato portato via dalle macerie, dalla morte, dal morso crudele di una guerra che non gli appartiene, è una delle tantissime vittime di Aleppo, perché alla fine i bombardamenti li pagano sempre i più innocenti, anzi, sono i primi.

Sembra un bambino fatto di polvere Omnar, coperto di bianco e di grigio, immobile come una statua, lo sguardo fisso su qualche punto della piccola struttura, nella sua testa sembra però trovarsi in un luogo inaccessibile a noi che siamo gli spettatori, un luogo buio, un nido di ragno corrotto, un'infanzia spezzata.

Non reagisce in quei brevi e drammatici fotogrammi che stanno girando sui social, resta seduto e con la sua manina guarda il sangue procurato da una ferita, respiriamo insieme a lui il silenzio di quegli attimi proibiti, nel suo volto e nella sua espressione abitano tutti i bambini del mondo, è un'ombra nel buio la sofferenza che ci procura, una ferita invisibile ma ancor più profonda di qualsiasi colpo di arma da fuoco.

E' disarmante l'espressione che ci troviamo di fronte, quando persino la sofferenza non trova più sfogo nelle lacrime, si è come di pietra, impassibili e fermi nell'attimo, esattamente in quell'attimo in cui la nostra umanità viene violata, ciò che ci rende vivi viene circondato dall'orrore, non si guarda oltre quei pochi mobili che decorano l'abitacolo, l'immagine che alberga nella nostra mente è viva e pulsante.

C'è un paesaggio oltre quello che vedono i nostri occhi ed è probabilmente quello più temibile perché sebbene basti chiudere gli occhi per smettere di vedere ciò che abbiamo di fronte niente ci difende da ciò che abbiamo dentro, le paure e la fragilità sono ombre interne all'anima di cui non ci si può liberare mai davvero.

Lo sguardo di Omnar, né triste né felice, semplicemente sperduto, ci ricorda quella bambina di Nizza, il suo esile corpo a terra con un bambolotto vicino, ci ricorda quanto inabitabile sia un mondo che uccide i bambini, che uccide le loro speranze, la loro purezza, l'anima intoccabile e più nobile dello stesso Paradiso che viene violata.

Forse, esattamente così restiamo noi, a fissare questa espressione immobili sulle nostre poltrone, eppure, al nostro interno l'animo si è mosso.

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