Ilsilenzio è pesante e sinistro soprattutto se coinvolge chi, come me, dell’informazione ha fatto una ragione di vita. Eppure fino ad ora non sono riuscito a mostrarelo stesso entusiasmo che ha animato molti miei coetanei impegnati in una stupenda maratona di beneficenza. L’empatia che mi avvicina ai terremotati umbri ho provato a cristallizzarla nel cuore per pudore. Non ho parlato neanche quando mi veniva chiestoe ho salutato in silenzio, dalle finestre di casa,iprimi mezzi carichi di provviste e Aiuti umanitari partiti dal casello autostradale di Grottaminarda in direzione Rieti. Non ho preso parte ai banchetti di raccolta e non sono salito sui due furgoncini riempiti dai romantici ideali dei ragazzi del Regime Red Lions e dalla passione sfrenata di un gruppo di amici che si sono sostituiti allo Stato e alle Istituzioni locali nel prestare i primi soccorsi agli sfollati.

Sono nato in una terra ballerina ma non ho mai vissuto la distruttiva esperienza di un terremoto. Sono trascorsi ormai trentasei anni da quando il torinese Giorgio Bocca, riferendosi al sisma che colpì la mia Irpinia, scriveva: “Sua maestà feroce e impietosa, il Terremoto, non fa differenze tra ricchi e poveri, uccide senza distinguere; ma le differenze con l’Italia ricca, il gioco perfido delle cause-effetto continua. I soccorsi militari tardano perché il grosso dell’esercito sta al nord, verso quel baricentro della civiltà industriale. Gli aiuti sono più lenti che nel Friuli perché arrivano da Milano, Genova, Torino, Bologna e invece di trovare le comunicazioni alternative di cui il Nord è ricco anche nella provincia contadina, trovano le strade uniche che si inerpicano verso i villaggi dell’interno, bloccate dalle frane, dalle crepe.

Né si trovano nei seicento e più comuni colpiti dal sisma soccorsi locali immediati perché in quasi tutti mancano le fabbriche, quelle strutture produttive, organizzative e finanziarie che nelle province ricche spesso surrogano lo Stato e comunque lo integrano”.

Poco o nulla sembra cambiato. Non è la prima e neanche l’ultima tragedia a cui assisteremo in questa Italia che cade a pezzi; ma l’Umbria, zona verde e collinare, probabilmente ha risvegliato in molti miei concittadiniun'identificazione trasformatasi subito in mobilitazione generale.

L'attivismoin favore dei terremotati andràavanti nei prossimi giorni; seguiranno la speranza e le illusioni e poi arriverà il momento delle delusioni provocate dalla scoperta degli aiuti umanitari lasciati deperire nei tir, dalla scoperta dello spreco di fondi pubblici drenati da bocche fameliche; e poi tutto sarà sommerso dal silenzio.

La gente di Amatrice e degli altri borghi umbri continuerà a convivere con detriti e polvere per ancora molti lunghi anni. E in queste ore già si assiste ai primi episodi di sciacallaggio.

Eppure il mio pessimismo a volte mi spaventa. E i tre video realizzati da Antonio Palumbo con i suoi compagni di viaggio servono a mostrare la bellezza di una nazione che sa riscoprirsi unita da una solidarietà incontestabile. Ecco perché è utile condividere questi esempi di fratellanza e generosità. Ecco perché è importante mostrare la profonda umanità della gente del Sud e allontanare così quel senso d’impotenza e frustrazione che spesso spinge a chiudersi nel mutismo e nell'arrendevolezza. Una bella notizia resta una bella notizia, anche per il mondo dell’informazione.

Di seguito ilvideo di Antonio, reporter per caso e volontario per vocazione

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