Ventimiglia è una prigione, sotto un cielo azzurrissimo appena screziato dal bianco di poche nubi sparse qua e là. Non inganni l'assenza di celle: dove mancano le sbarre è un mare apparentemente placido il carceriere per chi, dalla scogliera, è costretto a immaginare un orizzonte lontano, che inevitabilmente sfuma nella foschia del primo mattino.

“Vogliamo andare in Francia”: è il grido unanime, frustrato, disperato che si leva dai circa 800 migranti attualmente in sosta nel comune in provincia di Imperia, simbolicamente raggruppati sotto un cartello dove campeggia la scritta quasi beffarda “ Benvenuti a ventimiglia”, alcuni caratteri in stampatello sbiaditi dalle ingiurie del tempo. Ben più oltraggiose sono invece le ingiurie della fortezza-Europa che, nelle parole e nei fatti, è stata più chiara che mai: i migranti non li vuole.

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E Ventimiglia, come Lampedusa o come Calais, paga ancora lo scotto di essere frontiera e transito al tempo stesso, il locus fisico e non amoenus dove ogni giorno muore la speranza, assieme al sogno di un altrove migliore continuamente avvilito dai confini vecchi e nuovi.

L’ennesima tragedia annunciata

Se le politiche scellerate dell’Ue ci hanno macabramente abituati al naufragio nel Mediterraneo, stavolta non si fa neppure in tempo a rilucidare le coscienze con la cera ipocrita dell’indignazione o, peggio, dello scaricabarile sfacciato delle responsabilità. La tragedia si è infatti consumata sulla terraferma, lungo la A10, che collega Genova a Ventimiglia per poi snodarsi in territorio francese, fino ad Aix-en-Provence. Proprio verso la Francia si stava dirigendo infatti la famiglia di otto eritrei alle 18:30 circa di venerdì, probabilmente per eludere i controlli della polizia francese. Mancavano poco più di 50 metri alla meta, quando nell’attraversare a piedi la galleria “Cima Girata”, uno di loro è stato travolto e ucciso sul colpo da un tir. Si tratta di una ragazza di appena 17 anni che, insieme alla sua famiglia, stava cercando da mesi di ricongiungersi con alcuni parenti, residenti per l’appunto in Francia. L’autotrasportatore ha dichiarato di aver visto un gruppo di persone attraversare la carreggiata e di non essere riuscito a frenare in tempo per evitare l’impatto con la ragazza, morta sul colpo.

Migranti in transito a Ventimiglia
Migranti in transito a Ventimiglia

Muri e filo spinato: l’Europa delle sentinelle e dell’omertà

Capelli ricci raccolti sulla nuca, occhi scuri e profondi e un sorriso appena accennato, tiratissimo come mai dovrebbe essere il sorriso di una ragazza di 17 anni. Di questa giovane, ennesima vittima resta un selfie scattato qualche ora prima della tragedia, che la ritrae così, con un’espressione stanca in volto che tuttavia tradisce ancora la speranza di chi si lascia dietro una vita di stenti solo per ricominciare daccapo, altrove.

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Una possibilità che non dovrebbe essere negata a nessuno.

Troppo facile trincerarsi dietro l’alibi dell’incidente, per un’Europa che imbastisce quotidianamente una vera e propria guerra contro i migranti, sia ideologica che pragmatica. Se da un lato ci si serve di cemento e cazzuola, dall’altro si srotola il filo spinato e dall’altro ancora si infarciscono le argomentazioni di retorica spicciola, sono gli accordi sulla questione migranti (sia interni ai confini europei, sia avviati con la Turchia, partner alquanto imbarazzante all’indomani delle purghe post-golpe) a smascherare la patina di finto cordoglio sotto la quale si celano connivenza ed omertà.

Ha ragione il sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano, che ha commentato la vicenda della morte della giovanissima migrante con un lapidario: “Non possiamo non sentirci tutti responsabili”. 

Già, perchè se ci si sottrae al peso morale di una simile tragedia, che grava indistintamente sulle coscienze di tutti, diventa fin troppo semplice liquidare come “incidenti” le migliaia di vite umane spezzate ai margini sdrucciolevoli di un’Europa che traballa pericolosamente sui redivivi nazionalismi di frontiera, fomentati sempre più dall’intolleranza e dall’odio razziale.

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