Molti sono i retroscena delle prossime elezioni USA.

Fra le tante quelli che vedono contrapposti i cosiddetti Neocon ai neo-bizantini. Luttwack, politologo, consulente del Pentagono e personaggio conosciuto al pubblico italiano per le sue numerose apparizioni televisive, nel suo libro: " La grande strategia dell'Impero bizantino" espone una sua personale teoria. Uno scontro fra due diverse fazioni dell'etile americana, la prima animata dallo spirito visionario dei neocon, un think tank che unisce il pragmatismo anglosassone a una mistica del potere che vede al centro l'impero USA, in un'epopea interminabile di guerre di espansione come naturale sistema di protezione dell'impero e di realizzazione della democrazia(sic).

Hillary è l'ultima adepta di questa dottrina ampiamente descritta nel "Project for the New American Century".

Nessun mistero, tutto nero su bianco, persino la pianificazione e la tempistica delle guerre: prima Irak, poi Afghanistan, Siria. Clinton, in cooperazione con l'establishemnt economico finanziario, esprime appieno la continuità con questa strategia di conquista, un delirio lucido e raccapricciante secondo alcuni, ma dagli effetti tremendamente reali.

La seconda fazione rappresentata da Trump, oppone una visione che potremmo definire isolazionista e trattativista: rifiuto del TTIP, protezionismo economico, accordi con la Russia e con la Cina di sostanziale non belligeranza.

Nella mente di Luttwack un impero USA simile a quello Romano d'Oriente, non dominatore ma Primum Inter Pares. Quello che si vede nei confronti televisivi fra i due sarebbe insomma solo la facciata.

Questa in sintesi la visione ripresa anche da alcuni commentatori italiani, come chiave di lettura dello scontro Clinton/Trump. Eppure, sebbene suggestiva, tale visione appare per certi aspetti non totalmente aderente alla realtà.

Difficile credere che Trump sia solo il burattino nelle mani di menti raffinate che giocano a dadi col destino del mondo. Che ci possa essere scontro di fazioni all'interno delle classi dominanti statunitensi è credibile. Che questo scontro si giochi su visioni strategiche contrapposte è altrettanto credibile. Difficile è credere che i due fronti siano così omogenei e che i due frontmen siano il frutto di una scelta premeditata.

Difficile pensare che i due fronti combacino in maniera coerente e disciplinata con personalità politiche determinate. Trump appare piuttosto come il giocatolo sfuggito dalle mani dei suoi creatori, tante infatti sono le defezioni sul fronte repubblicano, che prima ha alimentato il razzismo e l'estremismo di Trump, credendo di poterlo strumentalizzare ai fini della vittoria del partito e poi ha dato la sensazione di aver perso il controllo della situazione, facendo un imbarazzante marcia indietro.

In definitiva se è evidente che ciascun candidato è l'espressione di poteri forti che si annidano nel mondo economico finanziario, non è però facile stabilire una identificazione netta fra ideologia e persone che si esprima attraverso logiche speculari.

Le variabili umane e la fluidità del quadro politico non consentono apparentamenti troppo rigidi. Probabilmente vista l'immutabilità del sistema americano è più facile pensare a quest'ultimo come un'unità.

Che vinca Trump o che vinca Clinton in definitiva le coordinate fondamentali del sistema USA rimangono immutate e ciascun presidente non fa che adeguarsi a uno stato di cose.

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