È cronaca di giorni: nelle scuole la Finanza irrompe nelle classi, durante le lezioni, per cercare eventuali sostanze stupefacenti, un ragazzo in Liguria si suicida dopo una perquisizione in casa, a Bologna la polizia carica gli studenti che protestano contro i tornelli nella biblioteca di via Zamboni. Quando la sicurezza viene prima di ogni cosa? Quanta libertà siamo disposti a concedere per sentirci più sicuri? La vita e il sapere valgono meno di fronte ad una caccia alle streghe che, nel 2017, dovrebbe solo ricordarci il medioevo?

Lavagna, le perquisizioni, la droga e il senso di colpa

In America dal 1920 al 1933 fu in vigore il Volstead Act - la legge che stabiliva il divieto di fabbricazione, vendita ed importazione dei prodotti alcolici, e proibiva anche la vendita ed il consumo di alcolici nei bar. Nelle idee dei conservatori e del deputato che formulò la proposta di legge, questa doveva servire a moralizzare la società americana ma portò solo ad un periodo della storia americana che vide la crescita di imperi mafiosi costruiti attorno al contrabbando di alcool: fece le fortune insomma di gangster come Al Capone.

In Italia, quasi cento anni dopo, ci ritroviamo in una situazione simile in cui nessuno sa la differenza tra sostanze psicotrope leggere e pesanti, demonizzazione e criminalizzazione dei vari consumatori - grazie anche a politici pesantemente bigotti e ignoranti in materia e ad una informazione largamente di parte- tutto questo in favore, ora come allora, degli imperi mafiosi e dei veri criminali.

Se a Lavagna un ragazzo di 16 anni arriva ad uccidersi per la vergogna, per non aver retto alla pressione sociale che da quel giorno in poi lo avrebbe additato per sempre a tossico, la colpa di chi è? Non certo sua, ma di uno Stato che invece di far entrare polizia e unità cinofile nelle scuole per perquisire indiscriminatamente, dovrebbe cambiare il proprio punto di vista e l'approccio verso le droghe, facendo molta più informazione - prima di tutto per se stesso e poi per la cittadinanza - facendo parlare persone non strumentalizzate o di parte che sappiano davvero far capire a tutti quali siano le differenze tra le varie sostanze e i loro reali effetti.

Università, sicurezza, tornelli e cariche

Già ai tempi della "Buona scuola", l'obiettivo era chiaro: trasformare università e scuole, non più in luoghi di sapere ma in laboratori di repressione e disinformazione. Uno Stato che carica su studenti e professori non vuole progredire, non ha a cuore il futuro dei giovani, vuole che tutto rimanga così com'è.

A Bologna, verso la fine di gennaio, la dirigenza dell'università ha deciso di installare tornelli all'ingresso della biblioteca di via Zamboni, per farvi accedere solo gli studenti, in nome di una sicurezza e protezione contro intrusioni dall'esterno.

Il punto sta qui, chi è questo "esterno"? Per l'università e l'opinione pubblica sono i drogati, i vagabondi e tutte le persone non desiderate; per me, invece, "l'esterno" posso anche essere io, che vengo da fuori e magari voglio visitare la biblioteca, o i cittadini e gli studenti che non sono universitari o che non fanno parte del mondo accademico. Molti diranno: si ma ci sono anche le biblioteche comunali.

Giusto, giustissimo; ma da quando la biblioteca è diventata non più un luogo di condivisione e scambio di idee, bensì un luogo in cui sono ammassati i libri ed adibito solo alla preparazione degli esami? Non si parla solo di "tornelli", ma di barriere culturali: tutto quello che non è in programma non è importante.

Allora la domanda ritorna: vale la pena tornare indietro di cento anni, o addirittura al medioevo, per sentirci solo un po' di più al sicuro? Per me la risposta è solo una. NO.

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