In quel di Pyeongchang, Corea del Sud, è in corso la ventitreesima edizione dei giochi olimpici invernali, una rassegna in cui rimbalziamo tra piste ghiacciate per il pattinaggio, trampolini, rampe ed il bianco a fare da sfondo praticamente a tutte le gare. Da appassionati ci siamo chiesti: perché non il ciclocross?

In effetti è una disciplina in fortissima crescita, che concentra le competizioni nei mesi invernali, che fa delle intemperie e del clima gelido il proprio punto distintivo e che meriterebbe uno spazio nelle rassegne olimpiche. Già in vista dei giochi di Vancouver del 2010, c’era stata una prima apertura da parte del Comitato Olimpico Internazionale, che ipotizzava un mix tra biathlon e ciclocross, con atleti impegnati su un percorso completamente innevato e caratterizzato da un poligono di tiro (proprio come nel biathlon), ma allora, nonostante le reazioni positive della comunità del cross, non se ne fece nulla.

Effettivamente nella carta olimpica del CIO, l’articolo 9 comma 4 recita che: “[…] Sono considerati sport invernali gli sport che si praticano sulla neve o sul ghiaccio.” e questo rappresenta un ostacolo non da poco dal momento che la superficie regina del cross è il fango e anche l’ipotesi di un percorso innevato non è priva di ostacoli e intoppi.

Tuttavia il CIO vive una costante evoluzione, finalizzata a coinvolgere le nuove generazioni e ad attirare nuovi sponsor e una maggiore attenzione mediatica, lo testimoniano l’inserimento di discipline “giovani” come lo snowboard, la BMX e lo skateboard (che esordirà a Tokyo 2020) e di fronte ad una crescente domanda potrebbe cedere al fascino dei pedali. Ma qui sorge il secondo potenziale ostacolo: esiste davvero questa domanda?

Se si guarda ai mondiali di Valkenburg-Limburg 2018, è facile notare come sono poche le nazioni di provenienza degli atleti iscritti e pochissimi i paesi che sono stati in grado di lottare e vincere medaglie, facendo trasparire l’immagine di uno sport ancora poco “globalizzato”.

E se si obietta portando ad esempio sport come il curling o il salto con gli sci, seguiti e praticati in pochissimi stati, si rimbalza contro la loro storia ed il loro status di sport che “ci sono sempre stati” e che per inerzia non hanno bisogno di seguito e clamore per continuare ad esserci.

Ma in fondo è davvero necessario essere uno sport olimpico per fare il salto di qualità?

Forse la quadriennale corsa per l’alloro a cinque cerchi gli conferirebbe un tono più autorevole, ma se per arrivare a questo fosse necessario snaturare la disciplina, lo sforzo non avrebbe senso. L’olimpiade è molto romantica, ma anche le grigliate a bordo pista accompagnate da birra e canti hanno il loro perché.

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