Storie impreviste è una raccolta di racconti macabri e grotteschi pubblicata nel 1979. La firma è di Roald Dahl, famoso in tutto il mondo per i romanzi La fabbrica di cioccolato e Le Streghe, entrambi adattati per ben due volte al cinema. L'ultima volta che si è visto il nome dell'autore citato su uno schermo era il 2020, si pensava poco alla magia e tanto al razzismo e ad effetti speciali di dubbio gusto. Eppure il film con Anne Hathaway tratto dal suo romanzo, pur discusso per aver presentato le streghe con tre dita, e per questo colpevole di demonizzare persone affette da menomazioni alle mani, è ben lontano dal rappresentare degnamente sia il suo predecessore cinematografico del 1990, sia la capacità dello scrittore di descrivere situazioni da incubo.

Per rimediare, almeno in parte, è una buona idea lasciarsi catturare dalle sue raccolte di racconti per adulti come questa.

Roald Dahl, re del terrore

Ricordato oggi come uno spensierato sognatore, un ribelle anticonformista, un erede "oscuro" di Lewis Carroll che incitava alla libertà dall'oppressione del mondo degli adulti, Roald Dahl (1916-1990) fu un autore molto più poliedrico di quanto si possa credere oggi.

Il primo passo nella letteratura nera risale agli anni Quaranta, quando, non ancora padre, si barcamena nelle pubblicazioni su riviste. Sono gli anni della Seconda Guerra Mondiale, che conosce troppo, ed è proprio da lì che comincia il suo percorso narrativo, con dieci racconti ispirati alla sua vita come pilota della Royal Air Force, poi pubblicati nella raccolta Over to You nel 1948.

Ma sono i due volumi successivi, Someone Like You e Kiss Kiss a proiettarlo ai vertici delle sue possibilità narrative, con vette di creatività e di crudeltà che saranno superate solo dalle storie per bambini più ricordate: La fabbrica di cioccolato, Le Streghe e La magica medicina. Le due raccolte di racconti, rispettivamente del 1953 e del 1960, saranno poi assemblate in un volume edito per la prima volta nel 1979 grazie a Penguin Books, Storie impreviste.

La traduzione è pervenuta solo nel 1993 con TEA e poi nel centenario del 2016 con Longanesi, nell'edizione massiccia di Tutti i racconti. Non mancano i colpi di scena in Dahl, questo mai. Eppure nel volume che raccoglie i racconti vincitori di tre Edgar Award- premio conferito ogni anno ai migliori romanzi e racconti tra mystery e horror- supera le aspettative: un pericolo non farlo, proponendo un titolo simile.

Il suo è un tipo di letteratura ben lontano dalle tombe, dai sepolti vivi e dai fantasmi di Edgar Allan Poe, né vi si trova traccia dei mondi impossibili, dei mostri indescrivibili e della prosa barocca di Howard Phillips Lovecraft, o della dannazione demoniaca di Arthur Machen e Nathaniel Hawthorne. Quella dello scrittore gallese è una prosa secca, senza tutti i giochi di parole a cui ci aveva abituati nelle sue storie per bambini, per certi versi assimilabile a un altro re del terrore del periodo, Richard Matheson. Eppure nei suoi racconti non una parola su minacce aliene, uomini che si scoprono androidi o case stregate, ma solo storie di vendette, tra coniugi e compagni di scuola, tradimenti, equivoci, scommesse e giochi che si risolvono in tragedia.

In quegli anni solo due persone possono vantare un armamentario simile. Sono due americani, e sono Ray Bradbury e Shirley Jackson. Il primo torna a una tradizione dei tempi di Poe, estrapolata dall'Ottocento e trasferita nella provincia del midwest americano, diventa per il suo pubblico l'uomo di Halloween, la seconda si afferma come la migliore scrittrice di storie di fantasmi e di follia della sua generazione. Ad entrambi, probabilmente, Dahl deve qualcosa; se non l'umorismo pungente, caratteristica solo sua, e ben radicata in tutta la sua carriera, l'esplorazione della malvagità umana e la capacità di vedere lo straordinario nei contesti più vari.

La raccolta da brivido

Non certo un volume difficile da maneggiare, come invece spesso capita per le raccolte di racconti, Storie Impreviste ne contiene sedici, i primi nove da Someone Like You e i restanti sette da Kiss Kiss.

Pur non conoscendo i contenuti originali dei due Libri è piuttosto semplice stabilire l'inizio e la fine di ciascuno. Someone Like You risulta grottesco, ma non privo di trovate comiche, dove l'equivoco è sfruttato per ottenere situazioni imbarazzanti, spesso sviluppate in maniera dolorosa e plausibile, ma non certo letale. Passate le prime 160 pagine, la situazione si fa seria. I racconti presi da Kiss Kiss sono una vera esplorazione della malvagità umana, dove il reale si confonde definitivamente con le visioni da incubo dei protagonisti. Basta pensare al protagonista di William e Mary, malato di tumore che si fa asportare il cervello per conservarlo in una teca di vetro per poter continuare a vivere, non realizzando di essere in completa balia della moglie.

O al bizzarro apicoltore di Pappa reale, che nutrendo la figlia appena nata della stessa secrezione che le api producono per alimentare la loro regina, finisce col ritrovarsi un orrendo ibrido tra larva e neonato per casa. Non c'è mai ostentazione in questi racconti, niente che possa sembrare bizzarro dall'inizio, e quando capita, è descritto dalla prospettiva di un personaggio che, pur avendo ragione, è presentato come inaffidabile o poco stabile a livello psicologico. Un'anticipazione sottile di ciò che sarà, per certi versi, il profilo comportamentale di Willy Wonka nel romanzo del 1962.

Alfred Hitchcock presenta Roald Dahl

Da generazioni è ben impressa nella memoria una scena ben definita: è il 1960, la televisione è ancora in bianco e nero e Steve McQueen è appena avviato verso una grande carriera.

Sul tavolino, al quale gli era stata legata la mano, c'è la chiave di un'automobile. Una scommessa non proprio innocente, quella di far scattare l'accendino dieci volte di fila per poter vincere una prestigiosa auto sportiva. Infatti la mano che raccoglie le chiavi, quella della moglie dello sfidante, giunta al salvataggio, ha solo due dita.

C'è molto, moltissimo da dire su questo episodio. La capacità registica di Hitchcock nel gestire una storia dal ritmo lento ed esasperante è superata solo dall'interpretazione di Peter Lorre, nel ruolo del proprietario dell'automobile dall'espressione fissa e dal volto largo e pallido come una luna persino nell'adattamento in bianco e nero. Eppure nessuno avrebbe potuto immaginare che dietro un'idea così malsana si potesse celare l'autore di storie per bambini più famoso del Novecento.

Man from the South, il racconto del 1948 presente nella raccolta, sarà adattato altre due volte, una nella serie remake del famoso regista del 1985, e una nel 1979 sotto la supervisione diretta dell'autore, nella serie antologica Il brivido dell'imprevisto.

C'è di sicuro una certa costanza nell'adattare le storie di Roald Dahl per il grande e piccolo schermo, fin dai primi anni della sua attività. Si deve perlopiù alla sua narrazione visiva, con gag e battute fulminanti, effetti speciali variopinti sempre adatti al suo pubblico più giovane. Qualità che mantiene, pur limando ogni aspetto non caricaturale, che permane, bensì ludico. Non c'è traccia né di giochi di parole né di qualche parvenza di insegnamento morale, come il costume degli scrittori per l'infanzia-e non solo- dell'epoca dettava.

Eppure si possono ancora riconoscere quei tratti distintivi, la propensione per la burla, una tendenza che oggi si definirebbe karma nei confronti di personaggi disonesti e truffaldini e la propensione per il macabro. Come dimenticare, ne La fabbrica di cioccolato, la scena in cui Violetta si gonfia a dismisura fino a diventare un mirtillo gigante.

In questo libro tuttavia non c'è traccia di mirtilli. Al massimo un cosciotto di agnello che si rivela essere l'arma di un delitto, tragicamente divorato proprio dagli agenti di polizia coinvolti nell'indagine.

Il nuovo Dahl, il vecchio Dahl

Ben lontano dall'essere dimenticato, anche 31 anni dopo la morte Roald Dahl è uno degli scrittori più venduti del mondo, con adattamenti cinematografici delle sue opere tuttora in corso.

Risulta curioso, tuttavia, il fatto che la sua produzione letteraria più primitiva rimanga in gran parte sconosciuta per i non appassionati, quando intere generazioni conoscono le sue storie per bambini, che coprono solo l'ultima fase della sua carriera. Fino all'età di 46 anni era un cantastorie oscuro, che campava grazie al New York Times, a The New Yorker e a Playboy, quando ancora aveva una notevole rubrica di racconti con nomi illustri. Sarebbe un peccato lasciarsi scappare questa raccolta, e l'edizione completa di Longanesi, relegandolo al titolo di scrittore per l'infanzia. Si rimarrebbe ancorati ad una visione troppo ingenua e smielata del mondo, fraintendendo la vita di un uomo che dall'esistenza aveva visto tutti gli orrori, e dai quali per lungo tempo ha cercato di scappare.

Un uomo come lui non merita quest'approssimazione.

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