Il Consiglio Grande e Generale della Repubblica di san Marino ha eletto pochi giorni fa il Capo di Stato più giovane al mondo, Matteo Ciacci. Classe 1990, diventerà ufficialmente Capitano Reggente dal prossimo primo aprile incarnando il segnale forte che San Marino manda a tutto il mondo, invitando alla riflessione. Si sta forse progressivamente scardinando la convinzione che prima di una certa età sia meglio non avvicinarsi alla politica?
L’elezione dei Capitani Reggenti a San Marino e Matteo Ciacci
La Dichiarazione dei diritti dei cittadini e dei principi fondamentali dell'ordinamento sammarinese, che funge da testo costituzionale, determina che, alla stregua dei consoli romani, l'Ufficio di Capo dello Stato è esercitato da due Capitani Reggenti in base al principio di collegialità.
Essi, essendo i supremi garanti dell'ordinamento costituzionale, presiedono il Consiglio Grande e Generale e rappresentano il Consiglio nella sua interezza. La durata dell’incarico è di sei mesi e non è ripetibile per almeno tre anni. Le origini di queste norme sono molto antiche e risiedevano nella volontà di evitare che da un potere conferito potesse derivarne uno personale e dispotico. Detto ciò, per concorrere alla carica di Capitani Reggenti, le due uniche condizioni sono quelle di essere cittadini sammarinesi originari e di aver compiuto 25 anni.
Matteo Ciacci soddisfa entrambi i requisiti e in un momento di difficoltà finanziarie sembra poter essere una valida alternativa. Nato a Borgo Maggiore nel maggio del 1990, entra in politica non appena compie la maggiore età.
Dopo l’elezione nella Giunta di Castello di Città, il nostro Consiglio Comunale, fonda nel 2012 il Movimento Civico10. Da qui fino all’elezione nei giorni scorsi di Capitano Reggente.
Cosa abbiamo ereditato e cosa ci manca ancora
L’organizzazione amministrativa dell’Antica Roma, visto quanto accaduto a San Marino, può essere un contro esempio utile e può aiutarci a riflettere sulla nostra situazione politica attuale. Livio, nella sua Ab Urbe Condita, ci riferisce che Romolo, dopo aver fortificato la città, si preoccupò di dotare la città di un'assemblea, che potesse aiutarlo nelle decisioni amministrative. Elesse così cento senatori perché erano soltanto cento quelli che potevano ambire a una carica del genere.
Tuttavia, quello che ci può veramente interessare del Senato romano è l’evoluzione nel tempo delle condizioni per accedervi. Originariamente bastava essere cittadini romani in pensione dal servizio militare e quindi, indicativamente, più vecchi di 60 anni. Ben presto, però, tale criterio di anzianità venne sostituito con un criterio di dignità meritocratica. Non era importante l’età, ma il prestigio della carica ricoperta prima di presentarsi alla possibile candidatura, tanto che, durante l’era imperiale, l’età senatoria media arrivò ad essere tra i 25 e i 30 anni. Ad una così vasta distanza temporale, si contrappone un’innovazione amministrativa del tutto sorprendente. Il mondo romano, già più di due millenni fa, sembrava aver capito che la saggezza non è necessariamente direttamente proporzionale all’anzianità, ma che forse è più importante la prova di una seria competenza.
Così, San Marino, con il caso Ciacci, dà oggi una lezione a tutti gli altri stati. Nel nostro bel Paese, in particolare, nell’ultima legislatura, l’età media dei parlamentari al Senato è stata di 54,5 anni, mentre alla Camera la maggior parte dei deputati era tra i 40 e i 60 anni. È, così, auspicabile che si proceda verso un radicale cambiamento dell’idea di politica, basata più sul merito, che sull’anzianità.