Trump e impeachment, due parole che sempre più spesso, e non da ora, capita di ascoltare una vicina all’altra. Di Trump tutti sanno tutto (o credono di saperlo), ma dell’impeachment crediamo siano davvero pochi ad avere qualche nozione. Prima di approfondire l’argomento, anticipiamo solo che si tratta di un procedimento per la messa in stato di accusa e la eventuale rimozione del presidente degli Stati Uniti o di altri alti funzionari dell’esecutivo che siano incorsi in gravi reati. Impeachment per Trump dunque? Forse, ma non è così facile come potrebbe sembrare.
Alcuni ci hanno già provato
C’è anche chi ha dato formalmente avvio alla procedura. Si tratta del deputato democratico della California Brad Sherman, che lo ha fatto nel luglio scorso con il sostegno del collega del Texas Al Green. La sua iniziativa si basa su un’accusa di ostruzione alla giustizia legata al licenziamento del capo dell'Fbi James Comey.
Una procedura lunga e difficile
C’è da dire però che all’impeachment è difficile che si arrivi davvero, intanto perché la Costituzione degli Stati Uniti prevede una maggioranza qualificata al Senato, ma soprattutto perché l’attuale Congresso è in mano repubblicana. Ma si diceva di James Comey. Licenziato da Trump a maggio del 2017, l'ex direttore dell'FBI in una recente intervista a George Stephanopoulos sulla Abc ha detto che secondo lui contro l'attuale inquilino della Casa Bianca si possono solo fare censure di carattere morale, mentre non ci sarebbe alcuna base legale per l'impeachment.
Ma c'è anche chi difende Trump: Alan Dershowitz
Come scrive POLITICO, il prestigioso periodico cartaceo e on line dedicato a tutti i retroscena della politica washingtoniana, pochi giorni fa Alan Dershowitz ha fatto vista al presidente Trump alla Casa Bianca. Il famoso avvocato ha detto in proposito che si trattava di un incontro programmato da tempo, in cui si sarebbe dovuto discutere del Medio Oriente. Non è però sfuggito a nessuno come negli ultimi mesi l'ex avvocato di O. J. Simpson, un democratico di lunga data, si sia trasformato in uno strenuo difensore del presidente, soprattutto a fonte dei vari tentativi di provocarne la rimozione.
Paladino televisivo
Dershowitz è diventato così uno dei più affidabili difensori televisivi del presidente (soprattutto sulla Fox): sono ormai routine i suoi attacchi all'investigazione guidata da Robert Mueller sulle presunte interferenze russe nelle elezioni presidenziali, come anche la difesa del diritto di Trump di licenziare l'ex direttore dell'FBI James Comey.
Il grande avvocato ha pure scritto un libro, l'anno scorso, in cui avvertiva del pericolo per la democrazia derivante dalla criminalizzazione delle differenze politiche.
Libertà civili in pericolo
Ma perché questo accorrere in soccorso del presidente Donald J. Trump da parte di un così improbabile difensore? In un'intervista rilasciata pochi giorni fa alla CNN (a Brian Stelter, conduttore di “Reliable Sources”), il docente di Harvard ha spiegato che non va in televisione a perorare la causa di Trump perché gli piace il presidente o perché vuole diventarne l'avvocato, ma perché ritiene che il modo in cui Trump viene attaccato sia pericoloso. Il suo timore, in altre parole, è che nel tentativo di demolire il presidente ci vadano di mezzo le libertà civili di tutti quanti.
“Non voglio essere il suo avvocato, non posso dargli consigli legali”, ha detto Dershowitz, precisando poi che quel che lo interessa è usare la tv per spiegare le questioni costituzionali coinvolte nella guerra tra il presidente e i suoi oppositori. “Faccio solo quello che non ha fatto l'Unione per le Libertà Civili (Aclu: American Civil Liberties Union), e cioè difendere i diritti di tutti gli americani”.
Il meccanismo
Il meccanismo dell'impeachment si articola in due fasi. Nella prima la Camera dei Rappresentanti decide, a maggioranza semplice dei presenti e votanti, se è il caso di sottoporre il presidente a impeachment, ovvero se è il caso di metterlo in stato di accusa. Se la risposta è sì, la palla passa al Senato, al quale a questo punto spetta di decidere se il presidente (o un altro alto funzionario) ha commesso oppure no i fatti dei quali è stato accusato nei cosiddetti “article(s) of impeachment” redatti dalla Camera.
Se la procedura riguarda il presidente, il Senato è presieduto dal Chief Justice della Corte Suprema degli Stati Uniti.
Per la “condanna” dell'accusato occorre il voto dei due terzi dei componenti presenti. La condanna rimuove il presidente dalla carica. Dopo la condanna il Senato può decidere se punire ulteriormente il funzionario escludendolo da qualunque futura carica federale, elettiva o di nomina. La condanna da parte del Senato non preclude la normale azione penale.Se non si raggiunge la maggioranza dei due terzi, l'accusato è assolto e non si applica alcuna sanzione.
Nella storia
Finora i presidenti sottoposti a impeachment sono stati due: Andrew Johnson e Bill Cinton. Il successore di Lincoln vi fu sottoposto il 24 febbraio del 1868, allorché la Camera dei Rappresentanti (126 voti contro 47) ritenne che avesse violato una legge emanata poco prima, il Tenure of Office Act.
In Senato si votò 35 a 19 per la condanna, ma siccome non fu raggiunta la necessaria maggioranza dei due terzi (per un voto) il presidente andò assolto. Paradossalmente, in seguito la legge violata da Johnson fu dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema.
Bill Clinton, democratico, fu sottoposto a impeachment il 19 dicembre del 1998, per spergiuro e ostruzione della giustizia (si trattava della sua relazione con Monica Lewinski). Fu però assolto dal Senato, che non riuscì a raggiungere la maggioranza dei due terzi (45-55 sull'accusa di spergiuro, 50-50 su quella di ostruzione). Nel caso di Richard Nixon (per l'affare Watergate: microspie piazzate su suo ordine alla sede del Congresso nazionale democratico), infine, all'impeachment non si arrivò mai, perché Nixon preferì dimettersi.