Ed ora Lega e Cinquestelle possono brindare. Berlusconi ha tolto il tappo, dando la stura alle bollicine. Salvini e Di Maio possono, così, adoperarsi per formare un governo, che, nella sua configurazione, schiude le porte della storia alla Terza Repubblica, sia pure con l’applicazione di modelli provenienti dalla Prima (“doppio forno”, “governo di tregua”, “astensione della non sfiducia”, con altre formule tipiche del regime parlamentare d’un tempo).

Nel giorno del 40° anniversario dell’assassinio di Aldo Moro, memorabile fuoriclasse della tessitura Politica, il richiamo alla intuizione delle “convergenze parallele” ha consentito di superare la difficile congiuntura politico-istituzionale seguita al voto del 4 marzo.

Persino la immaginata staffetta tra Salvini e Di Maio, alla testa dell’esecutivo, rievocherebbe quella che, negli anni ottanta, accompagnò le premiership di Craxi e De Mita. Berlusconi, che della Prima Repubblica ha assorbito vantaggi e insegnamenti, ha logorato i suoi antagonisti (Salvini all’interno del centrodestra, Di Maio avversario esterno), alla fine apponendo il timbro della sua disponibilità ad un accordo bipartitico di maggioranza Lega – Cinquestelle, che dovrebbe segnare una “svolta storica” verso il cambiamento.

E’ vero che la concessione del leader di Forza Italia rappresenta l’esito di una scelta forzata, finalizzata ad evitare il rischio di tonfi elettorali in caso di voto anticipato. E’ altrettanto vero che l’opzione inversa avrebbe provocato una ribellione interna dei parlamentari, contrari al paventato scioglimento delle Camere. Non è men vero, tuttavia, che il “via libera” consente a Berlusconi di perseguire obiettivi legati, ad un tempo, sia alla esigenza di una migliore tutela dei suoi interessi personali, sia alla prospettiva di rilancio di Forza Italia, sia ai benefici effetti di opinione per avere favorito un possibile accordo di governo.

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Politica Matteo Salvini

Governo Di Maio-Salvini: i motivi della scelta di Berlusconi

I titoli dei giornali sono tutti per lui, a testimonianza della opportunità che egli (magari dolorosamente) si è dato e a riprova della centralità della scena che, ancora una volta, ha guadagnato. La sua riconosciuta abilità comunicativa gli consentirà di presentarsi come “uomo delle istituzioni”, se non proprio come “pater” dell’auspicata rigenerazione della politica italiana. Dovesse funzionare il binomio Salvini – Di Maio, Berlusconi potrebbe strombazzarne i meriti, addirittura storici.

Dovessero fallire, egli sarebbe sempre pronto a sfilarsi e ad acquisire condizioni di opposizione. Sta tutto qui il senso della sua ultima dichiarazione che è un “vediamo ora cosa sapete fare”, ben diverso da quello pronunciato dal Pd, piuttosto versato al “tanto peggio, tanto meglio”. Pur non avendo i numeri decisivi, il leader di Forza Italia si è reso determinante, riservandosi, per di più, “mani libere”. Salvini e Di Maio hanno, sostanzialmente, ottenuto quel che chiedevano. Riusciranno in tandem a pedalare la bicicletta che hanno voluto?

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