Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Environmental Health Perspectives, condotto dalle università di Harvard e Syracuse, in un ambiente lavorativo sano si lavora meglio. Ebbene sì, i colleghi che si lamentano per l’aria viziata nelle stanze e nei corridoi degli uffici, secondo quanto riportato dalla rivista, potrebbero aver ragione, poiché l’aumento del tasso di CO2 in una stanza farebbe diminuire le performance cognitive. Secondo quanto confermato dallo studio, cambiare spesso aria, abbatterebbe le fonti di inquinamento presenti negli uffici ed aumenterebbe la produttività dei lavoratori.

I risultati della ricerca

La ricerca è stata condotta sottoponendo al test 24 volontari: di questi sono stati testati le loro performance lavorative in condizioni e ambienti di lavoro diversi ( 550 ppm, 945 ppm e 1400 ppm di CO2). Le persone sottoposte al test e che hanno lavorato a 995 ppm di CO2, hanno avuto punteggi del 15% inferiori (in media) rispetto ai gruppi sottoposti a 1400 ppm di CO2 dei quali la riposta cognitiva è risultata del 50%. I risultati dello studio hanno fissato quale limiti consentito di anidride carbonica in un ambiente lavorativo di cinquemila parti per milione. Al di sopra di questi limiti, riferiscono i ricercatori, l’anidride carbonica dell’aria viziata produrrebbe gli effetti sopra indicati.

Studi del genere condotti in passato

Non è il primo studio del genere che viene fatto in Europa e che si è occupato del Benessere dei lavoratori. Anni fa una ricerca condotta da scienziati di uno dei principali centri di ricerca europei sulla Salute degli ambienti interni negli edifici, aveva calcolato che sui conti delle aziende , il benessere dei lavoratori, pesa molto di più dei costi legati alle utenze dell’energia elettrica.

Lo studio della International Center for Indoor Environment and Energy della Technical University di Danimarca, aveva dimostrato che una temperatura confortevole e un costante ricambio d’aria riducono la possibilità di contrarre patologie respiratore come bronchiti e sinusiti .

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