Oggi, lunedì 13 febbraio, è la Giornata mondiale dell'epilessia. L'obiettivo è quello di sensibilizzare l'opinione pubblica riguardo questa malattia, in particolare sui problemi che devono affrontare ogni giorno le persone che ne sono colpite. Importante è anche combattere lo stigma che spesso circonda le persone che soffrono di questo male. I pregiudizi affondano le radici nell'ignoranza, per cui lo scopo di questa Giornata è anche quello di contrastare efficacemente, attraverso l'informazione, i pregiudizi che accompagnano chi soffre di questa patologia.
La Giornata mondiale per l'Epilessia è importante anche per raccogliere fondi. In Italia se ne occupa la Lice (Lega italiana contro l'epilessia). Quest'anno l'associazione ha deciso di illuminare di viola alcuni dei nostri monumenti più importanti per far capire la necessità di far uscire fuori dall'ombra una patologia, che pur essendo comune rimane poco conosciuta.
Epilessia: cos'è e come si cura
Intanto l'epilessia è una malattia sociale che si caratterizza per un insieme di disturbi cerebrali che possono anche compromettere o invalidare fortemente la vita sociale del soggetto che ne è colpito. Il morbo era già noto nel'antichità. Nel V secolo a C. viene descritta da Ippocrate come malattia sacra, in quanto si riteneva che le crisi epilettiche con cui si manifestava, derivassero da un attacco da parte dei demoni e che le visioni sperimentate da alcuni pazienti fossero da interpretare come messaggi da parte degli dei.
Nel mondo sono 65milioni le persone che ne soffrono, 500mila solo in Italia.
Le convulsioni, che sono il sintomo principale con cui tende a manifestarsi questa patologia, possono anche consistere in una sorta di imbambolamento del soggetto, oppure causarne la caduta, tremori e scosse a causa di violenti movimenti convulsivi dei muscoli, o la perdita di consapevolezza di quanto sta accadendo attorno a sè.
L'epilessia può colpire a qualsiasi età, ma la maggior parte delle diagnosi riguarda i bambini. In ogni caso perché si possa parlare di epilessia è necessario che i due attacchi epilettici si verifichino a distanza di più di 24 ore. Si tratta di un criterio per differenziarla da altre patologie che si manifestano con sintomi simili.
Gli attacchi epilettici conoscono una fase attiva e una fase remissiva post-critica della durata di circa 13-15 minuti, in cui si sperimentano sintomi quali stanchezza, difficoltà a parlare, mal di testa e comportamento anormale.
Per la diagnosi di epilessia è necessario ricorrere ad esami specialistici. Chi soffre di epilessia deve assumere i farmaci anti-epilettici per tutta la vita. Nel caso in cui risultano inefficaci si può valutare la possibilità di un intervento chirurgico. Le operazioni che vengono effettuate sull'ipocampo o il corpo calloso, sono idonee nel ridurre o eliminare del tutto le crisi epilettiche.
Negli ultimi anni si sono affermate anche altre modalità di intervento: in particolare la neurostimolazione del cervello che consiste nel sollecitare il nervo vago con piccole scariche elettriche.
Risultati positivi sono stati ottenuti anche con la dieta chetogenica che viene utilizzata soprattutto per i casi di epilessia che riguardano i bambini. Tale dieta consiste nel privilegiare i cibi ad alto contenuto di grasso rispetto ai carboidrati che sono ridotti al minimo. Questo tipo di alimentazione sembra diminuire gli attacchi epilettici ed in alcuni casi, anche quando si riprende una alimentazione normale, gli effetti tendono a perdurare.