Il docu-film incentrato sulla tematica del doping nel Ciclismo, "Icarus", ha vinto l'Oscar come miglior documentario durante la novantesima edizione della manifestazione, tenutasi presso il Dolby Theatre di Los Angeles.

Prodotto e girato per Netflix da Bryan Fogel e Dan Cogan, "Icarus" aveva come intento originario quello di tracciare i progressi atletici di Fogel dopo l'assunzione di sostanze dopanti (prevalentemente ormoni) in vista della Haute Route, una famosissima competizione a tappe per ciclisti amatoriali. Per scegliere le sostanze e per programmarne l'assunzione, il protagonista del documentario si era avvalso della consulenza di Grigory Rodchenkov, il direttore dell'antidoping russo, e questa collaborazione portò il progetto verso una rotta diversa e ben più articolata: Rodchenkov, infatti, entrato in confidenza col suo interlocutore, arrivò a rivelare tecniche, entità e dettagli del cosiddetto "doping di Stato", messo in atto dai russi durante i giochi olimpici invernali di Sochi 2014.

Lo scandalo

Il documentario ha scoperchiato il vaso di Pandora, e ha fatto sì che Rodchenkov diventasse un vero e proprio informatore internazionale, una "gola profonda" che ha contribuito alla pubblicazione di un articolo "denuncia" sul "New York Times", conferendo alla vicenda una risonanza così elevata, da obbligare il medico ad entrare nel programma di protezione-testimoni dopo aver ricevuto delle minacce di morte.

Le prove raccolte e presentate da Rodchenkov e Fogel sono state determinanti nella decisione del CIO di estromettere gli atleti russi da Rio 2016 e Pyeongchang 2018.

Il premio

Evidentemente "Icarus" ha attirato le attenzioni dei giudici dell'Academy Awards, permettendogli di superare gli altri documentari in concorso, "Abacus", "Faces Places", "Last Men in Aleppo" e "Strong Island", arrivando ad aggiudicarsi il prestigioso Oscar.

Nel suo discorso durante la cerimonia di consegna della statuetta, Fogel ha dichiarato: "Dedichiamo questo premio al Dr. Grigory Rodchenkov, il nostro coraggioso informatore che ora vive in costante pericolo di vita. La nostra speranza è che 'Icarus' non sia fine a se stesso, ma che diventi un vero e proprio campanello d'allarme, messo lì per ricordare a tutti l'importanza della verità nello sport e non solo".

L'ispirazione, per Fogel, era arrivata - manco a dirlo - dal "caso Lance Armstrong" e dalla sua sistematica evasione dai controlli antidoping: per circa dodici anni, infatti, il ciclista statunitense è stato l'atleta più controllato al mondo ma, nonostante ciò, è sempre riuscito a cavarsela, inducendo il regista a rendersi "cavia" e a sperimentare su se stesso.

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