Storie ed emozioni da raccontare al di là di un ordine d’arrivo: il Ciclismo è anche e soprattutto questo, sono le vite dei corridori non da prima pagina, quelli che faticano per i capitani. Uomini di cui anche gli appassionati non sanno molto, ma che spesso regalano storie su cui riflettere.

Uno dei più apprezzati gregari del gruppo è certamente Damiano Caruso, lo scalatore siciliano reduce da una stagione al fianco di Vincenzo Nibali e pronto ora a diventare uno dei gregari più preziosi di Mikel Landa al Team Bahrain McLaren.

Caruso: ‘Non ho avuto il coraggio di lasciare la Sicilia’

Damiano Caruso ha raccontato una parte inedita di sé in una lunga e bella intervista a Cyclingnews.

Il corridore del Team Bahrain ha parlato del profondo attaccamento alla sua terra, la Sicilia, nella quale è tornato dopo gli anni trascorsi in Toscana quando militava tra i dilettanti. Contrariamente a tanti colleghi, Caruso ha respinto il facile richiamo della Svizzera e di Montecarlo, dove molti corridori si sono spostati negli ultimi anni. “Ho pensato a trasferirmi ma non ho avuto né il desiderio né il coraggio di farlo e alla fine non credo ne valga la pena. Ok, i soldi sono importanti, le nostre carriere non sono infinite e così via, ma è sempre bello tornare a casa” ha raccontato il corridore siciliano, che vive ancora a Ragusa con la moglie e i due figli.

Caruso ha raccontato anche di suo padre Salvatore, un ufficiale di polizia che era stato occasionalmente nella scorta di Giovanni Falcone, una storia da cui ha tratto dei profondi insegnamenti. “Mio padre non era uno dei membri permanenti della scorta di Falcone, ma era tra i giovani ufficiali che venivano mandati insieme a loro per fare esperienza. Era a suo modo uno dei partecipanti di questa storia e me ne ha parlato quando ero abbastanza grande da poter capire.

Ora, da adulto, posso capire i sacrifici fatti da persone come Falcone e Borsellino e da tutti i membri delle forze dell’ordine che li hanno scortati, è qualcosa di molto importante”, ha raccontato Caruso.

‘Solo chi ha i soldi può avere giustizia’

Il corridore del Team Bahrain McLaren è tornato anche su un lontano e discusso episodio che gli costò una squalifica di un anno. Caruso fu sospeso in maniera retroattiva dal dicembre del 2010 al dicembre del 2011 per una vicenda risalente al 2007.

Il corridore ragusano militava allora tra i dilettanti nella formazione toscana Mastromarco. Durante un ritiro sullo Stelvio fu avvicinato da un ciclista di un’altra squadra, Albino Corazzin, che gli chiese di entrare in contatto con un massaggiatore che collaborava con la Mastromarco, già inibito dal Tribunale Nazionale Antidoping. “Il mio errore è stato che avrei dovuto semplicemente dire di no. Invece gli dissi, forse, vedremo”, ha raccontato Caruso.

Un paio di anni più tardi, nella primavera del 2009, quando Caruso era un professionista della LPR, quella conversazione lo mise nei guai. Un’inchiesta antidoping portò all’arresto di diverse persone, tra cui il corridore della Liquigas Gianni Da Ros.

Anche Corazzin fu coinvolto in quell’inchiesta e spuntò così quella chiacchierata sullo Stelvio. Caruso fu convocato nel dicembre del 2010 dalla Procura del Coni. “Sono andato a Roma senza un avvocato o altro perché ero sicuro di non aver fatto nulla di male. Invece dopo dieci mesi mi hanno incriminato sulla base delle dichiarazioni che avevo rilasciato. Mi hanno detto che avrei dovuto riferire in quel momento che stavano cercando di entrare in contatto con quella persona”, ha raccontato il 32enne ragusano.

La vicenda arrivò alla conclusione all’inizio del 2012, con una squalifica di retroattiva di un anno, ormai già scontata al momento della sentenza.

Caruso aveva pensato ad un nuovo ricorso al Tribunale dello Sport di Losanna, la massima autorità internazionale nella giustizia sportiva, per far cancellare del tutto quella pena, ma ha poi rinunciato. “Non ho guadagnato abbastanza per poterlo pagare. Solo le persone che hanno i soldi possono avere giustizia. Non dovrebbe essere così, ma lo è” , ha ammesso amaramente Caruso.

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