Lewis Hamilton, sette volte campione del mondo di Formula 1 e da questa stagione pilota della Ferrari, ha dichiarato: “Come posso giudicare questo primo anno in Ferrari? Non posso giudicarlo”. Le sue parole, pronunciate durante la conferenza stampa della FIA in vista del GP del Qatar, confermano la volontà del britannico di rimandare ogni bilancio definitivo sulla sua avventura in rosso. Una cautela comprensibile, in una fase in cui qualsiasi valutazione sarebbe inevitabilmente influenzata da molteplici fattori tecnici, sportivi e dall’assestamento ancora in corso del nuovo progetto Ferrari.

'Un bilancio rinviato' per il primo anno in rosso

Hamilton chiarisce che è troppo presto per emettere un giudizio complessivo sulla sua prima stagione con la Ferrari. Il pilota inglese invita a guardare al quadro generale, lasciando intendere che un’annata di transizione, con un cambio di squadra così rilevante, non può essere riassunta in poche cifre o in un semplice confronto con il passato. Il messaggio è quello di una valutazione sospesa, da riconsiderare alla luce di un orizzonte pluriennale.

Il trasferimento di Hamilton alla Ferrari è stato uno dei movimenti di mercato più significativi nella storia recente della Formula 1. Dopo oltre un decennio in Mercedes, con cui ha conquistato la maggior parte dei suoi titoli iridati, ha scelto di legare il proprio futuro al team di Maranello a partire dalla stagione 2025, in virtù di un accordo pluriennale annunciato all’inizio del 2024.

Un passaggio che ha acceso le aspettative dei tifosi ferraristi in tutto il mondo.

Il fatto che Hamilton chieda tempo prima di esprimere un giudizio sul suo primo anno in Ferrari si inserisce in una logica di medio periodo. Per un pilota abituato a lottare regolarmente per il titolo, l’analisi di una stagione non può limitarsi ai risultati immediati: entrano in gioco l’adattamento alla nuova struttura tecnica, la comprensione delle procedure interne, il rapporto con gli ingegneri, l’evoluzione della monoposto nel corso del campionato e la capacità del team di programmare gli sviluppi futuri.

Il contesto Ferrari e le sfide di un cambio di team

La situazione vissuta da Hamilton si inserisce in una tradizione già vista altre volte a Maranello.

La Ferrari, che non conquista il titolo piloti dal 2007 e quello costruttori dal 2008, ha spesso puntato su campioni affermati per rilanciare le proprie ambizioni iridate. È accaduto con Michael Schumacher a metà anni Novanta, con Fernando Alonso nel 2010 e con Sebastian Vettel nel 2015: in tutti i casi, il primo anno è stato un passaggio complesso, fatto di grandi aspettative e di un inevitabile periodo di adattamento.

Il cambio di squadra in Formula 1 non è mai un semplice trasferimento di colori. Ogni team ha una propria cultura tecnica, procedure differenti nello sviluppo della vettura e un metodo specifico di gestione del weekend di gara. Un pilota che arriva dopo tanti anni in un’altra scuderia deve abituarsi a nuovi strumenti di lavoro, a un diverso linguaggio tecnico e a una nuova organizzazione dei ruoli.

La fase iniziale è spesso dedicata alla costruzione del rapporto di fiducia con gli ingegneri, elemento fondamentale per tirare fuori il massimo potenziale dalla monoposto.

Nel caso di Hamilton, la sfida è doppia: da un lato l’ingresso in un ambiente come quello Ferrari, con una pressione mediatica e popolare costante; dall’altro il confronto con una storia sportiva che a Maranello pesa più che altrove. Ogni risultato, ogni gara, ogni scelta strategica vengono letti anche alla luce del passato, dei grandi successi e delle delusioni che hanno segnato il cammino del Cavallino rampante negli ultimi decenni.

Il peso delle aspettative a Maranello

Ferrari e Formula 1 sono legate da un rapporto unico: la squadra di Maranello è l’unico team presente fin dalla prima edizione del campionato del mondo, e il Cavallino rappresenta per molti appassionati il simbolo stesso di questa disciplina.

Arrivare in Ferrari da sette volte campione del mondo significa caricarsi sulle spalle un ulteriore livello di responsabilità, perché l’attesa dei tifosi è quella di rivedere la scuderia italiana lottare stabilmente per il titolo.

In questo contesto, le parole di Hamilton, che invita a non giudicare in modo affrettato il suo primo anno in rosso, si possono leggere anche come un tentativo di riportare il discorso su un piano razionale. Ogni progetto sportivo in Formula 1, soprattutto quando coinvolge un pilota di vertice e un team con ambizioni di rilancio, ha bisogno di tempo per maturare. I cicli vincenti, nella storia di questo sport, sono quasi sempre il risultato di un lavoro pluriennale che combina stabilità tecnica, continuità organizzativa e capacità di sviluppo.

L’esperienza recente insegna che persino i campioni più affermati hanno avuto bisogno di stagioni di rodaggio dopo un cambio di squadra. Schumacher ha impiegato anni per riportare la Ferrari al titolo mondiale, costruendo passo dopo passo un gruppo di lavoro coeso. Alonso ha sfiorato l’impresa nel 2010, ma si è trovato comunque a dover fronteggiare le variabili di un campionato estremamente competitivo. Vettel, arrivato a Maranello dopo quattro titoli in Red Bull, ha alternato annate molto positive ad altre più difficili, senza riuscire a coronare il sogno iridato.