Nell’attuale panorama del tennis mondiale, entrato ormai pienamente nell’era post-Federer e Nadal, con Novak Djokovic che ha dato ormai il meglio di sé, si sta vivendo l’era di un nuovo duello generazionale: quello tra l’italiano Jannik Sinner e lo spagnolo Carlos Alcaraz. Una rivalità che pare destinata a segnare il futuro di questo sport.

Per analizzare lo stato di salute del tennis contemporaneo — con uno sguardo particolare a quello italiano — la redazione di Blasting News ha incontrato Stefano Meloccaro, giornalista e volto storico di Sky Sport, tra i più autorevoli commentatori e narratori del tennis in Italia.

Stefano Meloccaro: ‘Sinner è più lineare e rettilineo, mentre Alcaraz è più estroso, quasi artistoide’

Stefano, partiamo dal presente: il duello Sinner–Alcaraz sembra destinato a segnare un’epoca. A suo avviso, per quanto tempo questo confronto tecnico e sportivo potrà andare avanti? E vede oggi qualcuno in grado di inserirsi davvero e rompere questo duopolio che rischia di diventare dominante e forse anche monotono per il circuito?

'Partiamo da un punto fermo: Sinner e Alcaraz sono un grande duello perché mettono di fronte due mondi diversi. E non solo tennisticamente. Sinner è molto altoatesino. Concedimi un paragone che non regge fino in fondo, ma rende l’idea: è quasi “british”. Nei modi, nell’umorismo, nell’arguzia.

Tutto è più composto, più misurato. Alcaraz è l’esatto opposto: mediterraneo puro. Ride di più, urla di più, si prende il pubblico, lo abbraccia, ci dialoga. Ed è proprio questa diversità che crea il vero dualismo. Non è solo un duopolio sportivo, è un confronto tra due culture. Bellissimo, anche perché si rispettano profondamente: sono rivali veri, ma non nemici. Questo rispetto si riflette anche nel gioco. Sinner è lineare, rettilineo, quasi geometrico. Alcaraz è estroso, creativo, a tratti artistoide. Non sto dicendo nulla di rivoluzionario: è da almeno due anni che questi due stanno monopolizzando il tennis. Per certi versi sembra di fare discorsi da pensionati ma è vero: sono un esempio straordinario per i giovani.

Fortissimi, competitivi, eppure sempre corretti. Nessuna acrimonia, mai una parola fuori posto. Basta pochissimo perché uno sembri dominante e l’altro improvvisamente in difficoltà. Quando Sinner ha vinto Wimbledon 2025, Alcaraz è sembrato quasi ridimensionato, pur in una finale finita in quattro set. Quando Alcaraz ha vinto lo US Open, all’improvviso si è parlato di un Sinner “in crisi”. Ed è questo il bello: ogni vittoria dell’uno rimette automaticamente in discussione l’altro, lo costringe a cercare nuove soluzioni. Quanto durerà? Credo parecchio a lungo. Il vero problema di questa fase storica è l’assenza del famoso “terzo incomodo”.La generazione di mezzo lo abbiamo capito: può vincere singole partite, ma non reggere sul lungo periodo.

Medvedev, Zverev, Rublev, Tsitsipas (che mi sforzo di considerare ancora un top), Fritz: tutti teoricamente pronti, nessuno davvero stabile. I giovani sono fortissimi, ma ancora lontani. Rune per vari motivi, l’ultimo quello fisico, Fonseca perché è giovanissimo. Fils può essere un outsider futuro. Speriamo anche in Musetti. Draper, che Sinner considera un potenziale terzo incomodo, è un altro nome interessante. Ma per ora restano terzi. E molto terzi, molto distanti. Per usare una metafora ciclistica: Sinner e Alcaraz sono in fuga, gli altri sono staccati di almeno due chilometri e mezzo'.

Restando sul tennis italiano, l’Italia si è confermata sul tetto del mondo in Coppa Davis anche senza Jannik Sinner e senza Lorenzo Musetti.

Che valore attribuisce a questo risultato e che cosa rappresenta per il movimento azzurro nel suo complesso?

'La Coppa Davis va sempre letta con equilibrio. Vincere per più anni consecutivi è una notizia bellissima, e certifica una forza reale del movimento. A questo va aggiunta la Billie Jean King Cup, dove l’Italia esercita una supremazia quasi imbarazzante: una cosa che non si vedeva da mezzo secolo. Vincere entrambe le competizioni nello stesso anno, e addirittura per due anni consecutivi, significa egemonia sportiva. È un risultato enorme. Detto questo, sappiamo anche che la Coppa Davis di oggi non è quella di trent’anni fa. Non vuol dire che non conti nulla, né che chi la vince non abbia meriti.

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.L’Italia ha dimostrato di poter vincere anche senza il numero uno e il numero due: questo è un segnale fortissimo. Ma è innegabile che la Davis degli anni Settanta, Ottanta e Novanta fosse un’altra cosa: cinque set, quattro weekend l’anno, un peso simbolico e sportivo completamente diverso. Per questo tutte le polemiche su Sinner e Musetti sono francamente pretestuose. I grandi campioni hanno sempre scelto se e quando giocare la Davis: Djokovic, Federer, Nadal, Sampras, Agassi, Borg. È sempre stato così. Resta un trionfo. Ce lo prendiamo, ce lo meritiamo e lo archiviamo come tale. Con la consapevolezza che oggi la Coppa Davis pesa meno rispetto al passato, ma senza togliere nulla al valore di ciò che è stato fatto'.

Di recente ci ha lasciato Nicola Pietrangeli, una figura monumentale del tennis italiano. Qual è il suo ricordo personale o professionale di Pietrangeli? Che cosa ha rappresentato per questo sport e cosa lascia in eredità alle nuove generazioni?

'Nicola Pietrangeli va spiegato ai giovani. Perché oggi molti lo conoscono attraverso un’immagine distorta: quella dell’uomo che “ce l’aveva con Sinner”. Una caricatura nata da titoli sbagliati e da una narrazione pigra e a caccia di like. Quando Nicola aveva novant’anni, gli facevano domande sul tennis di oggi. E lui rispondeva da meraviglioso nonno novantenne: con la testa, il cuore e il metro degli anni Cinquanta e Sessanta. Dire che Sinner “deve mangiare ancora molte bistecche” non era un attacco, era il linguaggio di un’altra epoca.

Quelle frasi andavano lette con affetto e ironia. Invece sono state trasformate in sentenze brutali da superficialità acchiappa-click. Quando in realtà Nicola disse anche una cosa meravigliosa: “Ascoltate il rumore della palla quando esce dalla racchetta di Sinner”.Parole sue. Pietrangeli è stato infinitamente di più: due Roland Garros, Roma, Montecarlo. Ha inventato il tennis italiano moderno. È stato il primo vero personaggio del nostro tennis: bello, vincente, amante della vita. Uno che se l’è goduta fino in fondo. Mai banale, mai ipocrita. Diceva quello che pensava. Questo ti porta amici, ma anche nemici. Fa parte del gioco quando sei autentico. Io con lui ho avuto un rapporto meraviglioso, e ne sono orgoglioso.

Era di una gentilezza ed eleganza rare. Per questo dico: viva Nicola Pietrangeli, sempre. E abbasso chi ne ha usato il nome solo per assommare qualche visualizzazione in più'.

‘Il vero salto che Musetti deve fare è soprattutto mentale, e lui questo lo sa benissimo’

Passiamo a Lorenzo Musetti: secondo lei, che cosa manca al suo tennis per fare finalmente quel passo decisivo che lo porti in maniera stabile tra i primissimi giocatori del circuito?

'Con Musetti siamo spesso troppo severi. Lui è già da un paio d’anni tra i migliori del mondo. Il problema è che pretendiamo che diventi per forza numero uno, due o tre. E non è automatico, nemmeno per i più forti. Tecnicamente non gli manca nulla. È stato numero sei del mondo, ha giocato le Finals, ha chiuso la miglior stagione della carriera.

Semifinalista a Wimbledon lo scorso anno e al Roland Garros questo. Sa stare nel campo, sa avanzare e arretrare, soprattutto sulla terra. Sui campi veloci potrebbe essere un po’ più aggressivo. Il servizio è migliorato, ma può crescere ancora. La bellezza è indiscutibile. Il vero salto da compiere è mentale. E lui lo sa benissimo.Significa gestire meglio le giornate storte e quelle buone. I grandi campioni insegnano che le giornate perfette sono pochissime: la maggior parte sono giornate “medie”. In quelle devi cucinare con quello che hai in dispensa, come diceva Federer. Musetti deve essere un po’ meno “juniores”: meno rabbia, meno frustrazione, più concentrazione. Se fa questo passo, allora sì, può ambire anche ai primi tre.

Ma attenzione: la strada che sta percorrendo è già eccellente'.

E Matteo Berrettini? Al netto degli infortuni, che hanno certamente condizionato gli ultimi anni della sua carriera, pensa che possa ancora tornare competitivo ai livelli a cui aveva abituato il pubblico? C’è ancora margine per rivederlo ai vertici?

'Qui mi tocchi sul vivo, io sono pazzo di Berrettini. Matteo è un giocatore di vertice e lo ha dimostrato ancora una volta in Coppa Davis. Temo però che i tempi da numero sei del mondo siano alle spalle, perché quei livelli richiedevano una continuità fisica che oggi il suo corpo fatica a garantire. Detto questo, ha ancora colpi devastanti. Sull’erba mi aspetto una grande stagione, un buon Wimbledon.

Non dico una finale, ma avvicinarsi sì.Nei momenti di pressione, con responsabilità addosso, Berrettini sa esaltarsi come pochi. L’erba resta la sua casa naturale. Chiedergli di migliorare il suo miglior ranking mi sembra difficile. Ma resta uno dei grandi del nostro tennis. Nei prossimi 5-7 anni può ancora regalarci picchi da finale Slam'.

‘Jasmine Paolini è la giocatrice che gioca meglio a tennis nel mondo’

Uno sguardo al tennis femminile: l’Italia sta vivendo un momento molto positivo, con Jasmine Paolini protagonista sia in singolare che, assieme a Sara Errani, nel doppio. A suo parere, che cosa manca alla Paolini per compiere l’ultimo salto di qualità e consolidarsi definitivamente tra le migliori del mondo?

'Anche qui la domanda è un po’ cattiva: cosa le manca? Nulla. Paolini è già tra le migliori. Due WTA Finals consecutive parlano chiarissimo. Tre anni fa era tra la 30 e la 40: quello che ha fatto è quasi un miracolo sportivo. Tecnicamente è una delle migliori in assoluto. La collaborazione con Sara Errani è splendida: coppia affiatata, squadra vera. Con Danilo Pizzorno, nuovo ingresso nel team, c’è un lavoro tecnico e analitico di altissimo livello. Ha personalità, esplosività, intelligenza tattica. Sa adattarsi all’avversaria e alle condizioni.Il 2024 è stato l’anno dei picchi: finali a Wimbledon e Roland Garros. Il 2025 quello della continuità, con il trionfo di Roma. Il 2026 potrà essere la sintesi perfetta, dipende solo da lei e dalla gestione degli impegni. La condizione fisica farà la differenza. Perché oggi Jasmine Paolini è la giocatrice che gioca meglio a tennis nel mondo. Le altre magari sono più potenti o più fisiche. Lei ha tutto: testa, mano, solidità. E questo, nel tennis, alla fine fa la differenza'.