Vladyslav Heraskevych, atleta ucraino di skeleton, è stato squalificato dai Giochi Olimpici Invernali di Milano‑Cortina 2026. La decisione è maturata a seguito del suo rifiuto di sostituire il casco commemorativo, raffigurante volti di atleti ucraini caduti in guerra, con uno conforme alle normative. In una dichiarazione, Heraskevych ha affermato: “Credo che dobbiamo continuare a lottare per i nostri diritti. Ho detto fin dal primo giorno che non sono d’accordo con ciò che il CIO ci dice, quindi probabilmente presenteremo un ricorso al TAS e difenderemo i nostri diritti”.
La squalifica è stata comminata dalla giuria della Federazione Internazionale di Bob e Skeleton (IBSF) per non conformità del casco alle Linee Guida sull’espressione visiva degli atleti. Il Comitato Olimpico Internazionale, pur esprimendo “rammarico”, ha ritirato l’accreditamento all’atleta dopo diversi incontri, incluso uno con la presidente del CIO, Kirsty Coventry. Il CIO ha precisato che il problema non risiedeva nel messaggio, ma nelle modalità della sua espressione.
Le proposte di compromesso del CIO
Il CIO ha spiegato che a Heraskevych era stata data la possibilità di esporre il casco durante gli allenamenti e di mostrarlo nella zona mista post-gara. Inoltre, era stata avanzata la proposta di indossare una fascia nera come simbolo di lutto.
Le Linee Guida sull’espressione visiva degli atleti, elaborate nel 2021 con il contributo di 3.500 atleti, godono del pieno supporto della Commissione Atleti del CIO e delle corrispondenti commissioni delle Federazioni Internazionali e dei Comitati Olimpici Nazionali.
Le ragioni dell’atleta e il ricorso al TAS
Heraskevych ha sottolineato come altri atleti si fossero già espressi senza incorrere in sanzioni, evidenziando la disparità di trattamento. “Altri atleti si stavano già esprimendo, e non hanno dovuto affrontare le stesse cose. Quindi, all’improvviso, solo un atleta ucraino in queste Olimpiadi verrà squalificato per questo casco, che non viola alcuna regola”, ha dichiarato. L’atleta ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) per tutelare i propri diritti.
Il casco in questione raffigurava immagini di oltre venti atleti e allenatori ucraini deceduti nella guerra con la Russia. Il CIO e l’IBSF hanno ritenuto che tale espressione violasse l’articolo 50 della Carta Olimpica, che vieta manifestazioni politiche durante le competizioni. Il caso ha acceso un acceso dibattito sul delicato confine tra libertà di espressione e neutralità olimpica.