La nazionale femminile di calcio dell’Iran ha scelto di non cantare l’inno nazionale prima della partita inaugurale della Coppa d’Asia in Australia, in programma lunedì al Gold Coast Stadium. Ogni membro della squadra è rimasto in silenzio, rivolto dritto davanti a sé, durante l’esecuzione dell’inno, prima del calcio d’inizio contro la Corea del Sud.
Il contesto e le reazioni
L’allenatrice Marziyeh Jafari e le sue giocatrici hanno rifiutato di commentare sia la guerra in Medio Oriente sia la morte dell’ayatollah Ali Khamenei. La squadra era arrivata in Australia alcuni giorni prima dell’inizio degli attacchi aerei nella regione.
Dopo la partita persa 3‑0, la centrocampista australiana Amy Sayer ha espresso solidarietà: “Il nostro cuore va a loro e alle loro famiglie – ha detto – È una situazione difficile ed è davvero coraggioso da parte loro poter essere qui e esibirsi. La cosa migliore che possiamo fare è semplicemente offrire loro la migliore partita di calcio possibile e mostrare loro il rispetto sul campo. Speriamo che la situazione migliori e che possano continuare a stare al sicuro in Australia.”
Il gesto come segnale silenzioso
Il silenzio durante l’inno rappresenta un gesto carico di significato, in un momento di forte tensione politica e militare. La scelta di non cantare è stata interpretata come un atto di dignità e resistenza, in un contesto in cui lo sport diventa veicolo di messaggi profondi.
Dissenso sugli spalti
Durante la stessa partita, alcuni tifosi iraniani presenti sugli spalti hanno esposto bandiere storiche del Paese, risalenti al periodo precedente alla rivoluzione islamica del 1979, come segno di dissenso verso il regime attuale. Il gesto della squadra è stato descritto come un atto di protesta silenziosa, in un contesto politico e militare estremamente teso, segnato da attacchi aerei e dalla morte del leader supremo.