Ogni estate, alcuni dei migliori battitori della Major League Baseball scelgono di non partecipare all’Home Run Derby. La motivazione ufficiale è spesso legata al timore che le modifiche allo swing, necessarie per massimizzare la potenza, possano compromettere la loro performance nella seconda metà della stagione. Questa convinzione, popolarmente nota come la “maledizione dell’Home Run Derby”, è profondamente radicata tra tifosi e addetti ai lavori. Tuttavia, un’analisi approfondita dei dati suggerisce che si tratti più di una leggenda metropolitana che di una realtà oggettiva.

Un’indagine condotta su 50 stagioni giocatore, dal 2018 al 2025, ha messo a confronto le prestazioni prima e dopo l’evento. I risultati mostrano che il calo medio dell’OPS (On-base Plus Slugging), da .876 a .850, non è statisticamente significativo. Anche il tasso di fuoricampo ha registrato una lieve flessione, dal 5,55% al 5,01%, senza però raggiungere una soglia di rilevanza. È interessante notare che ben 24 dei 50 giocatori analizzati hanno in realtà migliorato le proprie prestazioni nella seconda metà della stagione, un dato che si avvicina a una pura casualità. Se la “maledizione” fosse reale, ci si aspetterebbe un numero decisamente inferiore di miglioramenti.

Casi emblematici: Ohtani, Soto e Alonso

Il caso di Shohei Ohtani nel 2021 è spesso citato come esempio della presunta maledizione: dopo aver perso al primo turno contro Juan Soto, il suo OPS è sceso da 1.062 a .839. Eppure, nello stesso evento, Soto ha visto il proprio OPS aumentare di ben 312 punti, l’incremento più significativo registrato nell’intero dataset. Questo contrasto evidenzia come l’esito possa variare drasticamente anche tra partecipanti alla stessa edizione.

Pete Alonso, che ha partecipato a cinque edizioni del Derby, offre un’ulteriore prova contro la teoria della maledizione. Le sue stagioni post-Derby hanno alternato miglioramenti a cali, dimostrando l’assenza di un pattern univoco.

Nel 2019, ad esempio, dopo aver vinto l’evento, il suo OPS è sceso da 1.006 a .863. Negli anni successivi, tuttavia, ha spesso migliorato le sue statistiche nella seconda metà della stagione, rendendolo un esempio di bias di conferma, a seconda di quali anni si scelga di osservare.

Contesto generale e confronto con chi non partecipa

La tendenza dei tifosi a ricordare solo i casi di calo di rendimento, dimenticando quelli in cui i giocatori migliorano, contribuisce a perpetuare il mito. Spesso, i battitori invitati al Derby sono reduci da una prima parte di stagione eccezionale, e un fisiologico ritorno alla media è probabile a prescindere dalla loro partecipazione all’evento. Per verificare questa ipotesi, è stato condotto un confronto con cinque top hitter che non hanno partecipato al Derby (tra cui Mookie Betts, Christian Yelich, Aaron Judge, Ronald Acuña Jr.

e Bryce Harper). Anche tra questi si sono registrati cali di OPS nella seconda metà della stagione, a conferma che la fatica e la lunghezza della stagione incidono sulla performance di tutti i giocatori, indipendentemente dalla loro presenza all’Home Run Derby.

Per quanto concerne il rischio infortuni, l’analisi dei registri ha identificato un solo caso su 50 stagioni giocatore (Byron Buxton nel 2025) in cui un infortunio è stato potenzialmente collegabile al Derby, ma senza prove certe di causalità diretta. Questo dato rafforza l’idea che la “maledizione” non trova riscontro oggettivo, e che la percezione di un rischio elevato sia più legata a bias cognitivi che a fatti concreti.

Tendenze recenti e proiezioni future

Un’analisi più recente, basata su dati dal 2022 al 2025, conferma una lieve tendenza al calo di rendimento tra le due metà di stagione, con diminuzioni in home run, slugging e altri indicatori offensivi. Alcuni giocatori, come Pete Alonso e Kyle Schwarber, hanno effettivamente registrato decrementi marcati, mentre altri hanno mantenuto o addirittura migliorato le proprie prestazioni. Per l’edizione del Derby 2026, alcuni analisti suggeriscono di monitorare attentamente giocatori come Murakami e Caglianone per possibili regressioni, mentre altri, come Walker e Rice, appaiono più affidabili. Tuttavia, anche queste valutazioni si basano su tendenze generali e non su una regola fissa, ribadendo che la “maledizione” rimane più un mito persistente che una realtà dimostrata dai numeri.