Nel processo in corso a San Isidro, un medico legale ha testimoniato che Diego Armando Maradona mostrò “segnali d’allarme” ignorati durante la sua degenza domiciliare nel 2020, prima della morte. Sette professionisti sanitari sono imputati per presunta negligenza nel decesso del campione, morto per insufficienza cardiaca ed edema polmonare acuto due settimane dopo un intervento per ematoma subdurale.
I segnali ignorati e il rischio letale
Carlos Cassinelli ha riferito diversi indicatori critici: edema agli arti inferiori, gonfiore alle dita, difficoltà respiratorie, segni di ipertensione e frequenza cardiaca elevata.
“Nessuno è andato a vedere da cosa derivasse quel gonfiore”, ha affermato, definendo la situazione un “rischio potenzialmente letale”. Cassinelli ha aggiunto che tali segnali non furono considerati e che l’approccio dei medici “non cambiò”, nonostante il peggioramento delle condizioni.
Critiche alla degenza domiciliare e l'agonia
La scelta della degenza domiciliare fu un errore, poiché lo stato di Maradona si deteriorò progressivamente. “Si sarebbe potuto lanciare un allarme”. L’ex fuoriclasse avrebbe sofferto “circa dodici ore di agonia” prima del decesso.
Il processo e la difesa degli imputati
Gli imputati – il neurochirurgo Leopoldo Luque, la psichiatra Agustina Cosachov, lo psicologo Carlos Díaz, l’infermiere Ricardo Almirón, il coordinatore Mariano Perroni, la coordinatrice della prepaga Nancy Forlini e il medico clinico Pedro Di Spagna – respingono ogni responsabilità. Sostengono che Maradona sia morto per cause naturali. L’autopsia ha confermato il decesso per edema polmonare acuto secondario a insufficienza cardiaca, evidenziando cardiomiopatia dilatativa.