Con il 17 aprile si abbassa il sipario sulla seconda stagione di The Pitt, la serie HBO Max che ha saputo trasformare il caos di un pronto soccorso americano in uno specchio impietoso dell'anima umana. Quindici episodi intensi, che lasciano alcuni nodi narrativi finalmente sciolti e altri pericolosamente aperti.
Attenzione: da qui in avanti ci sono spoiler.
The Pitt, finale di seconda stagione: un segreto importante
La dottoressa Baran Al-Hashimi ha tenuto nascosto qualcosa di molto pesante per tutto l'arco della stagione. Tra il penultimo e l'ultimo episodio, decide di confidarsi con la persona meno comoda possibile: Robinavich.
Quello che rivela è una diagnosi di epilessia, emersa a 35 anni in seguito a una meningite e rimasta silente per anni, fino a quando i sintomi non hanno ricominciato a farsi sentire.
Sul piano formale, Al-Hashimi potrebbe ancora lavorare e guidare, ma la realtà clinica racconta tutt'altra storia: in un pronto soccorso, dove l'emergenza è la normalità, le sue condizioni attuali rappresentano un rischio concreto. Robby non gliene fa passare una: o si autodenuncerà, o lo farà lui. La scena in cui Baran piange in macchina, da sola nel parcheggio, è uno dei momenti più strazianti dell'intera stagione.
Jane Doe e il vuoto di Robby
La bambina abbandonata, soprannominata Jane Doe, è stata il filo rosso di questa seconda stagione.
Arrivata fuori dai termini previsti dalla legge statunitense per l'abbandono anonimo, si trova in un limbo burocratico e affettivo insieme. L'infermiera Dana Evans chiede chi voglia prendersi cura di lei, e la domanda rimane nell'aria per episodi interi. Nel finale, è Robby a fare il passo: la prende in braccio e le dà da mangiare, rivelando in quel momento di essere stato abbandonato anche lui, a otto anni, in circostanze ancora oscure. È una scena di pochi minuti che pesa tonnellate.
Quel gesto sembra suggerire che Robby potrebbe diventare una figura di riferimento per la bambina, in un parallelismo potente con la storia del giovane medico Whitaker, che nel frattempo esce dall'ospedale insieme ad Amy Miller, madre di un bambino di cui si sta già occupando.
Mel, la sorella e il karaoke della rinascita
Tra i personaggi più riusciti della serie c'è sicuramente Mel, che in questa stagione ha dovuto fare i conti con una realtà che non si aspettava: sua sorella Becca, autistica, ha un fidanzato. Si chiama Adam, e con lui Becca ha iniziato a esplorare anche la propria dimensione sentimentale e sessuale.
Per Mel, che è la sua tutrice da sempre, questa autonomia improvvisa scatena prima rabbia e poi un senso di abbandono profondo. Come se la sua identità fosse stata costruita attorno alla necessità di proteggere Becca, e ora quella necessità stesse cambiando forma. Il finale la mostra al karaoke con Santos, capelli sciolti, che canta e sorride. Non è una scena banale: è il ritratto di qualcuno che, forse per la prima volta, sta cercando spazio per sé stessa.
Langdon e Robby: chi salva chi
Il confronto tra i due era atteso da tempo. Robby non ha perdonato Langdon per il furto di farmaci destinati ai pazienti, anche se ha scelto di non denunciarlo formalmente, imponendogli un percorso di disintossicazione e riabilitazione. Quello che nessuno si aspettava è il ribaltamento finale: dopo un intervento riuscito, è Frank Langdon a dire a Robby che forse ha bisogno di aiuto. Un medico tossicodipendente che dice a un altro medico consumato dal dolore che è ora di fermarsi. La serie fa una cosa coraggiosa: ricorda che indossare un camice non rende immuni dalla fragilità. Anzi.
Mohan, Javadi e i nuovi orizzonti
Anche le due dottoresse più giovani chiudono la stagione con delle svolte significative.
Mohan, indirizzata verso la geriatria da Al-Hashimi e poi dallo stesso Robby, rivela nel finale di avere una madre soffocante che non le ha mai permesso di sviluppare una vera autonomia emotiva. Un attacco d'ansia durante la stagione aveva già mostrato quanto fatichi a reggere il ritmo del pronto soccorso. Javadi, invece, sembra aver trovato la sua strada: dopo aver subito aggressioni da pazienti fuori controllo e aver osservato da vicino il peso psicologico che grava su tutto lo staff, comincia a immaginare un futuro in psichiatria d'urgenza.
Robby in moto verso il nulla, o verso qualcosa
Il viaggio più inquietante della stagione è quello di Robinavich. Arrivato al Pittsburgh Trauma Medical Center in moto e senza casco all'inizio della stagione, annuncia un periodo sabbatico che a molti — colleghi e spettatori — sembra qualcosa di più oscuro di una semplice pausa.
La paura che possa farsi del male, intenzionalmente o no, attraversa i corridoi dell'ospedale come un'ombra. Robby ha detto lui stesso di avere dei mostri dentro, grandi come giganti. Vedere così tanta morte, per così tanto tempo, gli ha tolto la capacità di riconoscere la vita anche quando ce l'ha davanti. La scena in cui tiene in braccio Jane Doe è forse l'unico momento in cui quella capacità gli ritorna, anche solo per qualche secondo.
Cosa aspettarsi dalla terza stagione
La terza stagione è già confermata, e di domande aperte ce ne sono parecchie. Robby tornerà al Pittsburgh? Al-Hashimi riuscirà a continuare a fare il medico che ha sempre voluto essere? Langdon otterrà una seconda chance anche sul piano della reputazione?
E poi ci sono i nuovi volti che stanno conquistando il pubblico: la tagliente Joy Kwon, il cui cinismo è una forma di sopravvivenza, e la giovane infermiera Maya Jenkins, che ha affrontato il suo primo giorno come se fosse un corso accelerato di umanità.
Sullo sfondo, un pronto soccorso sempre più in crisi, dove un paziente è morto in sala d'attesa senza ricevere cure. The Pitt non si accontenta di raccontare storie commoventi: vuole che ci si faccia delle domande. E ci riesce benissimo.