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Nelle ultime settimane, in Medio Oriente, si sono aperti scenari imprevisti ma che, a ben riflettere, non sono altro che la conseguenza della politica adottata nell’area da USA e Russia, a partire dall’avvento di Trump alla Casa Bianca. Il primo colpo di scena sono state le improvvise dimissioni, rassegnate dal capo del governo libanese Saad Hariri, mentre era in visita nella capitale dell’Arabia saudita.

Le dimissioni del libanese Hariri

L’annuncio delle dimissioni ai media, senza il dovuto passaggio istituzionale con il presidente della repubblica, ha fatto pensare che Hariri vi sia stato costretto ed impossibilitato a rientrare in patria dal governo di Ryad.

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Tutto ciò, secondo gli osservatori più accreditati, a motivo dell’appoggio dato al governo Hariri dalle milizie hezbollah, sciite e sostenute dall’Iran. L’Iran, infatti, è il principale avversario economico-politico dell’Arabia Saudita e, con l’avvento di Trump, il solco tra i due paesi è stato ulteriormente accentuato.

Anche il Presidente libanese, Michel Aoun, di religione cristiana e sponsorizzato dalla Francia, è alleato di hezbollah. Tra gli alleati di quest’ultimi vi è anche il Presidente siriano Assad e, di conseguenza, la Russia di Vladimir Putin. Sembra che le dimissioni di Hariri siano state rilasciate subito dopo un incontro da lui avuto con l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman [VIDEO]. Lo stesso giorno, numerosi funzionari ed imprenditori sauditi, noti come oppositori di Mohammed, sono stati arrestati con l’accusa di corruzione.

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L’anziano re saudita passa la mano

Lo scorso 16 novembre, il quotidiano londinese Daily Mail, ha annunciato al mondo che l’ottantunenne sovrano saudita Salman padre era pronto ad abdicare in favore del figlio Mohammed, mantenendo soltanto la carica religiosa islamica di custode delle due città sante di La Mecca e Medina. La presa del potere del principe ereditario dovrebbe essere formalizzata nei prossimi giorni.

Gli osservatori ritengono che l’avvento del nuovo sovrano scavi un solco ancor più significativo tra il regno saudita e l’Iran sciita, in linea con le indicazioni politiche del presidente americano Donald Trump, che vede Teheran come il fumo negli occhi. Diversa è la posizione della Russia di Putin, impegnata nell’appoggio militare al filoiraniano Assad; così come quella degli Stati europei più impegnati in Medio oriente, come la Francia o che storicamente intrattengono rapporti economici con l’Iran, come l’Italia.

Subito il presidente francese François #Macron ha inviato a Ryad il suo ministro degli esteri per contattare l’erede al trono saudita ed è riuscito a strappare a quest’ultimo il rilascio di Hariri verso Parigi.

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Sembra che la contropartita sia stata la conferma delle dimissioni del capo del governo libanese, perché, nel frattempo, il presidente Aoun le aveva respinte.

Israele e Arabia in sorprendente sintonia

Il vero colpo di scena, tuttavia, è notizia di solo poche ore fa. Israele, irriducibile nemica degli hezbollah libanesi, da lei ritenuti terroristi, ha annunciato un’apertura verso Ryad, per affrontare uniti l’espansione dell’Iran nell’area. Il capo di stato maggiore israeliano è stato chiaro: l’Iran, con i suoi alleati siriani (Assad) e libanesi (hezbollah) e con le sue aderenze nel Golfo Persico (Bahrein e Qatar) e nel Mar Rosso (Yemen) costituisce un fattore di destabilizzazione in tutto il Medio Oriente ed è quindi il maggior nemico di Israele. Storicamente, invece, Israele e l’Arabia Saudita, pur professando differenti religioni, non sono mai state in conflitto.

Questi colpi di scena ravvicinati, in realtà, non fanno altro che consolidare una situazione che è andata a radicalizzarsi negli ultimi dodici mesi, cioè dall’avvento di Trump alla presidenza americana. Eliminata quasi del tutto la presenza dell’#Isis, fonte di grosso imbarazzo per tutti gli attori in causa, i due blocchi di alleanze sono ormai definiti: da una parte gli alleati degli Stati Uniti (Israele, Arabia e gli altri paesi arabi moderati) e dall’altra quelli della Russia (Iran e paesi satelliti, Assad, hezbollah). In mezzo, la UE e, forse, solo la Turchia di Erdogan. #Politica Estera