A qualche settimana dal disastro ecologico di Mariana, nello Stato di Minas Gerais - che nonostante la disattenzione dei media nostrani, è la più grave catastrofe ambientale mai accaduta in Brasile - anche l'Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) attacca il Paese sudamericano e le imprese responsabili dell'accaduto: la brasiliana Vale - il maggior produttore al mondo di ferro - e l'australiana Broken Hill proprietary company Billiton (Bhp - Billiton), la più grande società mineraria del pianeta.

I due gruppi sono, infatti, proprietari al cinquanta per cento della Samarco, la joint venture che operava presso la miniera di Saperco.

Bilancio, undici morti e dodici dispersi

Qui, il 5 novembre, il cedimento di una diga ha provocato l'inondazione di una marea di fango tossico, che non soltanto ha inquinato gravemente il noto fiume Rio Doce - frattanto è già arrivata sino all'Atlantico - ma ha anche causato la morte di decine di persone. Sinora si contano, infatti, undici morti e dodici dispersi travolti dall'ondata di fango per cui, di fatto, non ci sono più speranze. Andiamo però con ordine.

Il documento della Nazioni unite

Solo pochi giorni fa l'Onu, in un comunicato, ha lanciato un duro attacco: non solo verso l'Esecutivo di Brasilia, ma anche le multinazionali coinvolte. Che sarebbero colpevoli anche di aver dato una risposta «inaccettabile» alla tragedia diffondendo informazioni contraddittorie - oltre che in ritardo - nei giorni successivi al crimine ambientale. Il documento - sottoscritto anche dal relatore speciale delle Nazioni unite per l'Ambiente, John Knox - pone l'accento in primis sui ritardi: si sarebbe atteso ben tre settimane, prima d'informare sui rischi rappresentati dai miliardi di litri di fango, versatisi sul Rio Doce, ormai ribattezzato, «il fiume della morte».

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Ambiente

E non è tutto, perché si punta il dito anche sull'insufficienza delle misure di prevenzione: «I provvedimenti del Governo, di Vale e di Bhp, volti a prevenire i danni, sono stati chiaramente insufficienti. Imprese e Governo», si legge sul comunicato, «dovrebbero fare quanto possono per prevenire nuovi problemi, come l'esposizione a metalli pesanti e a sostanze tossiche. Questo non è il momento di stare sulla difensiva».

Il capo dello stato, Dilma Rousseff, già scossa dalla crisi economica nazionale, ha negato ogni negligenza sul caso, mentre i responsabili della Samarco hanno specificato che le operazioni svolte erano regolari, autorizzate e monitorate secondo le più avanzate procedure di controllo delle dighe. Come accennato, i relatori hanno quindi rilevano la contraddittorietà delle informazioni diffuse, specie sulla tossicità dello tsunami di fango.

Una tragedia ecologica annunciata

In definitiva la tragedia è definita - con le sue morti, e i danni irreparabili all'ambiente - come un tipico esempio di negligenza, da parte di un'industria mineraria. Conclusioni cui era giunta, giorni fa, la stessa magistratura del Brasile, col procuratore Carlos Eduardo Ferreira Pinto. Convinto che «non c'è stato un incidente», ma «un errore nelle operazioni e una negligenza».

Del resto già una vecchia perizia - datata 2013 - allertava sui rischi di cedimento della diga. Intanto, secondo alcuni esperti, il Rio Doce sarebbe ormai un «fiume morto»: il liquame tossico e i suoi detriti minerari - percorsi i 650 chilometri che li separavano dall'oceano Atlantico - avrebbero azzerato la vita sulle rive del corso d'acqua, annientando le variegate specie di pesci fluviali.

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