La nuova normativa che ridisegna lo status dei Comuni montani rischia di cambiare profondamente la geografia dei finanziamenti destinati alle aree più fragili del Paese. Il Governo dovrà varare il decreto attuativo che stabilirà i criteri per accedere ai fondi destinati alle zone d’altura. Secondo amministratori locali e regioni, il provvedimento potrebbe trasformarsi in una vera e propria scure per centinaia di centri sulle Alpi e sugli Appennini, esclusi non per mancanza di reali difficoltà territoriali ma per una brusca semplificazione dei parametri.

La nuova definizione di "Comune montano": una stretta senza precedenti

La legge 131/2025 riscrive da zero ciò che fino a oggi veniva considerato “Comune montano”. Spariscono criteri legati a isolamento, accessibilità, storia locale e condizioni socio-economiche. Rimangono solo due parole chiave: altitudine e pendenza. Una scelta che ribalta il modello in vigore dal 1994, basato su elementi più complessi come:

  • Difficoltà di collegamento;
  • Superficie montana effettiva;
  • Fragilità socio-economica;
  • Tradizione geografica e comunitaria.

Con il nuovo decreto, conterà soltanto a quale quota si trova il centro abitato principale, ignorando la conformazione del resto del territorio comunale. Un cambio che potrebbe penalizzare profondamente i borghi di crinale e le realtà isolate che vivono di servizi ridotti, viabilità difficile e inverno lungo.

Le Regioni protestano

Le prime stime parlano chiaro: solo il Piemonte rischierebbe un taglio da 10 milioni di euro, cifra che potrebbe diventare molto più alta per l’intero arco alpino e appenninico. La denuncia arriva da amministratori regionali e sindaci che temono l’esclusione dal Fosmit, il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane. Un fondo vitale: nel 2025 ha garantito 23 milioni di euro alla sola Regione Piemonte. Intanto, il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli difende la riforma: “Così si evitano sprechi per i Comuni che montani non sono”.

Alcuni territori già in crisi demografica

Il Piemonte è diventato il simbolo della protesta: negli ultimi anni ha registrato uno dei cali demografici più rilevanti della penisola.

Nei Comuni sotto i 1.000 abitanti, tra il 2014 e il 2020, si è perso fino al 7,2% dei residenti. Tagliare i fondi, avvisano gli amministratori, significherebbe accelerare lo spopolamento, rendendo ancora più fragili servizi già ridotti all’osso. La protesta però non si ferma al Nord: Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Campania e Liguria hanno contestato apertamente i nuovi parametri, giudicandoli penalizzanti per il tessuto sociale dell’Appennino e favorevoli alle aree alpine più sviluppate.

Montagna italiana: un presidio fondamentale

Dietro ogni paesino arrampicato tra le vette c’è un pezzo essenziale dell’equilibrio del territorio italiano. Questi Comuni sono:

  • Sentinelle idrogeologiche, fondamentali per la prevenzione delle frane;
  • Custodi di piccole centrali idroelettriche;
  • Responsabili della manutenzione delle vie alternative, cruciali per i collegamenti in caso di emergenza;
  • Motore di un turismo di montagna che vale 15 miliardi di euro l’anno.

Senza la loro presenza, l’intero sistema, dalle valli alla pianura perderebbe un argine naturale contro l’abbandono, l’erosione e il dissesto.

Tutelare la montagna significa anche proteggere chi vive a valle

La questione non riguarda solo i residenti delle zone situate a quote più alte. Salvaguardare i territori montani significa difendere anche le grandi città della pianura, che beneficiano di strade sicure, bacini idrici controllati e presidi ambientali attivi. Il decreto di dicembre deciderà il destino di migliaia di abitanti e di intere infrastrutture naturali. E a pochi giorni dalla scadenza, la tensione politica e territoriale è più alta che mai.