Negli ultimi mesi alla Continassa, quartier generale della Juventus, il vento del cambiamento ha soffiato con forza. Dirigenti, direttori sportivi e allenatori si sono alternati in una girandola continua, che ha dato l’idea di una società in costante ricerca di una nuova identità. Ma, paradossalmente, mentre ai piani alti e in panchina si rinnovano volti e strategie, sul campo i protagonisti restano sempre gli stessi.

Juve, tanti cambiamenti fra organigramma e panchina

Dal punto di vista societario, la Juventus ha visto passare figure di rilievo, ognuna con una propria visione e un diverso modo di intendere la gestione sportiva.

Negli uffici dirigenziali si sono succeduti in rapida sequenza direttori sportivi e manager, segno di un progetto ancora instabile, privo di una linea comune. A pagare spesso il prezzo più alto di questa incertezza, però, sono stati gli allenatori: in meno di due anni, sulla panchina bianconera si sono avvicendati ben quattro tecnici, un record che fotografa meglio di qualsiasi altra statistica il momento di confusione.

Dopo l’addio di Massimiliano Allegri, la brevissima parentesi di Paolo Montero, l’arrivo di Motta seguito da quello di Igor Tudor e il recente approdo di Luciano Spalletti, la Juventus sembra ancora in cerca di sé stessa. Ogni cambio di guida tecnica è stato accompagnato da proclami di svolta, ma i risultati continuano a essere modesti.

Gli ultimi due pareggi del neo allenatore contro Torino e Sporting Lisbona non hanno fatto altro che confermare la tendenza negativa che ha già travolto Tudor, sollevato dall’incarico dal direttore generale Damien Comolli per mancanza di risultati e tensioni interne.

Juve, la base della squadra resta sempre la stessa

Eppure, a fronte di questa rotazione incessante di dirigenti e allenatori, il gruppo dei giocatori è rimasto pressoché immutato. Il blocco “storico” formato da Gatti, Locatelli, McKennie, Kostić, Vlahović e persino il giovane Yıldız rappresenta oggi la spina dorsale della squadra, ma anche il simbolo di un immobilismo tecnico che dura da anni. Sono loro, in buona parte, i protagonisti di una Juventus che, al di là delle buone intenzioni e delle promesse di rinascita, ha vinto pochissimo e convinto ancora meno.

Alla Continassa, insomma, si è spesso preferito guardare il dito piuttosto che la luna. Si è ritenuto più semplice cambiare l’allenatore piuttosto che mettere in discussione una rosa che, per caratteristiche e qualità complessive, continua a mostrare limiti evidenti. Le idee non mancano, ma i giocatori giusti per interpretarle sembrano sempre quelli sbagliati.

La Juventus di oggi vive così in una sorta di corto circuito strutturale: rinnovamento di facciata e continuità di sostanza. Forse però, Spalletti potrebbe essere l'uomo giusto per interrompere questa sorta di loop che vede la Vecchia signora intrappolata di un limbo di "mediocrità", quantomeno sei confrontata con la sua storia.