«Ho avuto molta fortuna. Il 7 gennaio era il giorno del mio compleanno e mi sono trattenuto più a lungo a letto, insieme a mia moglie. Lei aveva preparato una torta e dei biscotti per festeggiare, è stato bello». Renald Luzier, che si firma come Luz, è l'unico vignettista sopravvissuto alla strage alla redazione di Charlie Hebdo, compiuta da due uomini armati lo scorso 7 gennaio. A una giovane giornalista di VICE News entrata nel suo caotico appartamento parigino (librerie stipate di volumi e dischi, candele, un disordine creativo di palpabile fascino) per intervistarlo a quasi un mese dai terribili accadimenti, lui racconta: «Sono arrivato in ritardo.

La gente fuori dal portone del palazzo della redazione mi diceva di non entrare. Abbiamo sentito il primo sparo. Poi ho visto i due uomini incappucciati in strada, avevano le loro armi rivolte verso di me. Ho aspettato un attimo. La porta era aperta, sono entrato, ho cominciato a salire gli scalini, erano insanguinati. Ho capito solo dopo che quel sangue apparteneva ai miei amici. Erano riversi, avrebbero avuto bisogno di lacci emostatici, ma io non indossavo neanche la cintura».

«La Francia non era preparata a una cosa simile», continua, «ci aspettiamo che queste cose accadano in Africa o in Siria, no a Parigi». Ed ancora sottolinea come Charlie Hebdo fosse una rivista satirica più o meno anarchica, che aveva contribuito, dagli anni Sessanta in poi, allo smantellamento di molti tabù e continuava a prendere di mira qualsiasi tipo di fanatismo.

«Alla maggior parte dei mussulmani non importa di Charlie Hebdo. Chi afferma che tutti i mussulmani sono rimasti offesi dalle nostre vignette prende i mussulmani per imbecilli. E noi non abbiamo mai pensato questo dei mussulmani. Noi non ce la prendiamo con la fede, ma con chi utilizza la fede altrui per servire i propri scopi politici, spesso in modo affatto pacifico». E, ricordando emozionato la marcia dell'11 gennaio, con milioni di persone ad affollare le strade di Parigi, a sostegno della libertà d'espressione, dice: «All'inizio piangevamo tutti. È una buona cosa che tutta quella gente ci abbia dato il loro supporto, è una cosa che dà speranza». Luz rievoca anche le parole rivolte al presidente Hollande: «Gli ho detto che sarebbe stato importante se agli altri capi di stato avesse suggerito di permettere alla loro gente di ridere di loro.

Non può dirsi Charlie chi mette in carcere uno scrittore perché non è d'accordo con la sua politica».

E sul futuro, il disegnatore ha le idee chiare, nonostante tutto: «dobbiamo mettere da parte l'emotività e continuare a raccontare questo mondo strano». E le sue parole, piene di una tenerezza quasi paterna, sulla copertina del primo numero dopo la strage che lui stesso ha disegnato, rivelano l'intelligenza di chi non intende lasciarsi vincere dal rancore: «Ho disegnato ancora Maometto ed è stato come un modo di perdonarci a vicenda. Come chiedergli scusa, da creatore, per averlo coinvolto in tutto questo e lui, da personaggio, è come se mi dicesse "è tutto okay, sei vivo, ora puoi continuare a disegnarmi"».