I giudici della Corte suprema indiana hanno decretato, giovedì 9 aprile, una proroga di tre mesi per Massimiliano Latorre, il fuciliere di marina accusato, assieme a Salvatore Girone, di aver provocato nel 2012 la morte di due pescatori del Kerala. La proroga del permesso di restare in Italia era stata richiesta dai legali del Marò per motivi di salute: dopo l'ischemia che aveva colpito Latorre lo scorso agosto, Nuova Delhi aveva concesso al fuciliere quattro mesi di permanenza in patria per ricevere le cure mediche necessarie.

A gennaio è stato operato per un'anomalia congenita al cuore: era seguita una proroga di tre mesi che scade il 12 aprile, cui si aggiunge ora un'ulteriore dilazione fino al 15 luglio, per permettere al fuciliere di concludere la riabilitazione e ristabilirsi grazie anche al supporto dei suoi cari.

Paola Moschetti, la compagna di Latorre, tira un precario sospiro di sollievo, dichiarando che "questa proroga consente a Massimiliano di proseguire le cure in un ambiente più salubre quale può essere quello domestico. Questo almeno dal punto di vista fisico. Da quello psicologico sicuramente è un sollievo temporaneo". E non mancano le parole di solidarietà verso l'altro fuciliere coinvolto nel caso indiano, aggiungendo che "si attende la risoluzione e il rientro di Salvatore per poter tirare un vero respiro di sollievo".

Su Twitter anche Pier Ferdinando Casini si dichiara sollevato dalla decisione della Corte suprema indiana, ma "non dimentichiamoci di Salvatore Girone, che rischia di essere un ostaggio in servizio permanente effettivo in India".

L'ombra della pena di morte

Di tutt'altra opinione la Nia indiana, l'agenzia investigativa nazionale, secondo la quale i due marò italiani si sarebbero macchiati di una colpa gravissima, un omicidio a tutti gli effetti, poiché avrebbero sparato contro il peschereccio 20 colpi da armi automatiche senza alcun colpo o razzo di avvertimento, e senza aver subito alcuna provocazione.

Soprattutto, la distanza era tale (125 m) che l'imbarcazione "non poteva certo esser confusa con una lancia di pirati". Se la tesi dell'organo indiano venisse accolta dalla Corte suprema, per i due marò si avvicinerebbe ancora una volta l'incubo della pena di morte.

Per quanto sia legittimo, senza alcun dubbio, che la giustizia indiana faccia il proprio corso, accertando tutte le responsabilità di questo tragico incidente, è ugualmente legittimo chiedersi se sia il caso di abbandonare due cittadini italiani nelle mani di un sistema giudiziario che applica pene, come quella capitale, estremamente in conflitto con la giustizia e la sensibilità del nostro Paese.