Simone Di Meo, giornalista di cronaca, autore di saggi dai titoli come “Faida di camorra” e “L'impero della camorra”, parla di un nuovo fenomeno riferendosi agli agguati degli ultimi giorni a Napoli. “Le dinamiche sono sempre quelle, il controllo dei canali di approvvigionamento della droga, il posizionamento – spiega Di Meo -. Cambiano i personaggi e cambiano i dati anagrafici di chi le combatte queste guerre. L'età dei contendenti si è abbassata notevolmente, è questa la caratteristica peculiare. Sulla ferocia o sull'innalzamento del livello di cattiveria non vedo una grande differenza rispetto agli anni '80, basti pensare alla decapitazione di Aldo Semerari, il criminologo che fu torturato e decapitato a Ottaviano o all'omicidio di 'Bambulella', all'anagrafe Giacomo Frattini, un boss cutoliano che fu fatto a pezzi, gli strapparono via anche il cuore.

Forse la velocità di comunicazione di oggi, con i social e con i reporter di strada, ci consente di vedere in diretta ciò che che prima venivamo a sapere dopo tempo. Le immagini sono crude, non sono filtrate. Poi, certo, si è passati da personaggi di alto spessore criminale come, per esempio, Paolo Di Lauro a elementi che, volendo usare un paradosso, vanno a denigrare il concetto stesso di camorrista. Il giovane barbuto capoclan che sta furoreggiando nel centro storico di Napoli è la quarta linea di quello che un tempo erano i clan Misso o Giuliano. Adesso i gruppi sono più simili a gang sudamericane, il livello è quello delle favelas brasiliane, dove non c'è una strategia criminale ma solo ferocia, predominio, soldi e droga. Lo Stato ha distrutto l'assetto camorristico degli ultimi dieci ma non si è preoccupato degli eredi, ha lasciato la possibilità a questi giovanissimi psicopatici di dare la scalata al potere”.

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Televisione, cattiva maestra

Simone Di Meo ha da poco pubblicato un nuovo lavoro editoriale, 'La soldatessa del califfato', inchiesta sull'Isis attraverso il racconto di una miliziana. La realtà che scorre nelle nuove pagine è diversa da quella che ha raccontato negli ultimi dieci anni di attività giornalistica. “Perché sulla camorra abbiamo detto e scritto tanto – puntualizza Di Meo – e la lettura della criminalità che vedo oggi non mi affascina da un punto di vista narrativo”. Eppure si spara con i kalashnikov, sembrano scene di un film o del serial tv Gomorra. “Anche la produzione televisiva ha le sue responsabilità – sostiene il giornalista - I serial, i telefilm c'entrano in questa deriva, nella misura in cui il gangster urbano viene sdoganato e viene visto non più come reietto della società ma come protagonista di una narrazione capace di appassionare anche la parte alta della società. Finché i modi di dire diventano strumento linguistico anche di una cultura di chi ha una 'posizione sociale' allora è chiaro che il camorrista diventa un soggetto attivo della scena cittadina.

Ho intervistato il figlio di uno dei grandi capi della camorra maranese, lui mi diceva che le fiction fanno dei danni enormi perché non solo non ti dimostrano come sia realmente la vita del camorrista e cioè destinata verso il cimitero o il carcere ma ti danno addirittura una chiave di lettura in senso positivo, in un certo senso ti fanno intravedere il fascino del male. Di fronte a questi soggetti, coscienze deboli come quelle dei ragazzi, possono cedere e pensano di atteggiarsi come boss. Non discuto la qualità estetica del prodotto televisivo, per carità, ma la narrazione di Gomorra ha un peccato originale, che è quello di non contrapporre al male un contraltare fatto di bene. Non c'è un poliziotto, un magistrato, un carabiniere, un prete. Solo esaltazione del male”.