Il fallimento completo della primavera araba in Siria e la conseguente guerra civile che ormai si protrae da diversi anni, dal 2011 per la precisione, ha portato il paese mediorientale allo sfacelo attuale. La Siria è una polveriera anzi un minestrone in cui l'esercito siriano rimasto fedele a Bashar al Assad appoggiato dagli Hezbollah e altre formazioni sciite si confronta con i curdi dello YPG -unità di protezione popolare, i ribelli moderati dell'esercito libero siriano e diverse formazioni islamiste tra cui Al-Nusra legata ad Al-Qaeda e l'ormai noto Stato Islamico del califfo al Baghdadi e del suo esercito di tagliagole che ogni giorno non manca di sgomentarci con la sua efferatezza che non risparmia nemmeno donne e bambini appena nati.

Tutte queste formazioni, che formano l'opposizione all'attuale regime, a loro volta sono in lotta tra loro: come i curdi e i ribelli moderati contro le formazioni jihadiste ad esempio. Il caos che questo cruento conflitto sta generando ha investito l'Europa di un'ondata migratoria che non si vedeva dalla seconda guerra mondiale e a cui il vecchio continente non solo ha dimostrato tutta la sua impreparazione ma anche tutta la sua litigiosità interna mostrando al mondo, anche attraverso la rievocazione del filo spinato che il governo ungherese ha rispolverato dall'armadio della guerra fredda, che l'Unione Europea è ancora un'utopia. 

La debolezza americana in Siria

L'Amministrazione Obama vuole tenersi a debita distanza dal conflitto siriano preferendo l'approccio aereo, colpendo pochi obiettivi alla volta, più o meno mirati.

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Questa tattica si era mostrata già poco proficua in Vietnam dove si colpisce un esercito organizzato in bande, sfuggente, abituato alla guerriglia e che conosce perfettamente i territori che occupa: qui tra vietcong e jihadisti c'è un forte nesso e forse proprio il fantasma del Vietnam ma anche della Somalia senza dimenticare Iraq e Afghanistan tutti esempi di 'guerre per la democrazia' miseramente fallite o mediocramente riuscite per gli ultimi due casi, a spaventare l'America che non vuole impantanarsi in un altro logorante e dispendioso conflitto. Da qui la scelta dei raid e dell'arruolamento di uomini sul posto. Tattica poco efficace che non serve a fermare la deriva dell'islam politico ma sicuramente proficua dal punto di vista economico grazie al giro di armi e petrolio che si cela sotto.

L'entrata in campo di Putin

Che la Siria sia geopoliticamente importante e che abbia risorse da sfruttare lo sa benissimo anche Putin che sicuramente non vuole perdere un governo amico come quello di Assad nella regione.

Mettiamo insieme la già citata debolezza ed indecisione occidentale che si azzuffa su come affrontare il problema, Mosca non poteva 'dare picche' alla richiesta d'aiuto del dittatore siriano e di sfruttare a pieno l'occasione. La discesa del gigante russo in Siria rimescola le carte in tavola e sposta gli equilibri perchè l'obiettivo di Putin non sono bombardamenti mirati ma a tappeto per distruggere anzichè contenere non solo l'Isis ma anche tutte le altre formazioni ribelli aiutate dai paesi del golfo e dall'America per far rimanere in piedi il sempre più traballante Assad ma soprattutto sancire l'ascesa della 'nuova' Russia al centro dello scenario internazionale e la sua opposizione all'America-mondo. Vincere la guerra celata con gli USA in Siria significa strappare dal dominio americano una regione importantissima come quella mediorientale in cui già Israele, Egitto, Iran e Iraq strizzano l'occhio. Va anche detto che oltre a motivi di puro imperialismo anche la Russia ha bisogno di combattere il terrore islamico. Putin aveva detto: "interveniamo in Siria, nei territori già occupati dal Califfato prima che arrivino da noi", si ricorda che la Russia è un paese in cui convivono diverse etnie, culture e religioni tra queste anche molte comunità musulmane che come in Cecenia possono essere solleticate dall'ISIS a imitare le loro azioni anche in territorio Russo.