Da Teheran, in cui era andato nel 1979, era tornato come "faqih", ovvero come esperto di legge islamica, determinato a difendere i diritti della popolazione sciita dell'Arabia Saudita, dominata, al contrario, dal sunnismo wahabita a cui è fedele la famiglia reale. Ragioni più che sufficiente per far finire il suo nome, ovvero Nimr al-Nimr, sulla lista nera del governo di Riad. 

Un nemico, ecco quello che era per l'Arabia Saudita questo teologo sciita cinquantaseienne.

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Un istigatore, come l'aveva apostrofato tempo fa il ministero dell'Interno; duro nell'uso delle parole ma comunque contrario alla violenza. I giovani lo ammiravano sopratutto per il suo impegno in difesa dei diritti degli sciiti, un impegno che l'8 luglio del 2012 lo ha fatto arrestare per resistenza alle forze di sicurezza.

Con altri tre arresti alle spalle, Nimr al-Nimr è stato condannato a morte nel 2014 per "sedizione". E stato poi giustiziato insieme ad altre 47 persone il 2 gennaio 2016.

Per la sua morte, Teheran ha promesso che Riad la pagherà cara.

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