La centralinista londinese Temp Nicole Thorpe di 27 anni è stata rimandata a casa senza stipendio per non aver indossato i tacchi sul posto di lavoro, la società finanziaria PwC.

La giovane donna era stata invitata a dicembre 2015 nel momento del suo ingresso nella società, a indossare i tacchi alti durante lo svolgimento delle sue mansioni alla reception.

La Thorpe, dopo essersi lamentata più volte che non avrebbe potuto reggere 9 ore in piedi indossando scarpe eccessivamente alte che avrebbe sostituito con eleganti ma più comode scarpe basse, è stata pregata nei giorni scorsi di lasciare il posto di lavoro.

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“Perchè non chiedete lo stesso ai colleghi maschi?” - avrebbe polemicamente risposto la Thorpe alla società PwC.

L’azienda di outsourcing Portico che si è occupata di fornire dipendenti alla PwC ha affermato che la signorina Thorpe al momento dell’ingaggio avrebbe sottoscritto, unitamente al contratto, le linee guida di aspetto da seguire sul posto di lavoro, protocollo per altro non seguito dalla stessa PwC che comunica di non avere nella propria politica un codice di abbigliamento imposto ai dipendenti.

Centralinista licenziata per non aver indossato i tacchi sul lavoro
Centralinista licenziata per non aver indossato i tacchi sul lavoro

In questo caso, è doveroso precisarlo, la Thorpe sarebbe stata assunta dall’azienda di outsourcing e non dalla PwC presso cui presta lavoro.

La donna ha esposto il proprio caso alla community di Facebook scoprendo che altre donne si erano trovate nella sua stessa situazione.

Ha deciso così di creare una petizione affinché venga cambiata la legge che obbliga i tacchi alti al personale femminile impiegato in ufficio, raccogliendo 10.000 firme.

Cosa dice la legge

È legale nel Regno Unito imporre un codice di abbigliamento; i datori di lavoro possono licenziare il personale che non riesce a sottostare a ragionevole codice di abbigliamento dopo essere stato avvisato e quindi aver ottenuto un tempo sufficientemente utile all’adeguamento.

È facoltà dei datori di lavoro imporre codici diversi a uomini e donne a patto che vi sia una equa considerazione di entrambi.

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“Il vero problema - afferma la Thorpe - è una questione di sessismo. Le aziende non dovrebbero essere così rigide nei confronti del personale femminile. Questa situazione è debilitante. I codici di abbigliamento dovrebbero riflettere la società attuale e le donne possono essere intelligenti e efficaci nel lavoro anche indossando eleganti scarpe basse”.

Di contro Simon Pratt, amministratore delegato della Portico outsourcing, replica che “è pratica comune nel settore dei servizi avere linee guida riguardo l’aspetto dei dipendenti, che rappresentano l’immagine dei loro clienti.

Tuttavia - prosegue Pratt - date le ultime polemiche emerse, vedremo di analizzare la situazione e rivedere quelle linee guida”.

Intanto, per la Thorpe, vige il non rientro al lavoro.

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