C'era una volta Tito, al secolo Josip Broz. Presidente indiscusso della Repubblica Socialista di Jugoslavia dal 1953 al 1980, "cuscinetto" tra i due blocchi, quello occidentale sotto l'influenza statunitense e quello comunista guidato dall'URSS che hanno diviso il mondo dal dopoguerra fino agli anni '90 del secolo scorso. Oggi il mondo è cambiato e la contrapposizione attuale, meno delineata e più complessa, vede i suoi "punti caldi" in Medio Oriente. Gli Stati Uniti e l'Europa hanno riposto le proprie speranze di creare un nuovo "cuscinetto" tra due mondi diversi, individuandolo nella Turchia di Erdogan.

Quando sta accadendo oggi nel Paese che fa da ponte tra Europa ed Asia minore mette in luce un incredibile errore di valutazione.

Una democrazia demolita colpo su colpo

L'ultimo provvedimento del governo presieduto da Recep Tayyp Erdogan rappresenta l'ulteriore tassello a dimostrazione, qualora ci fosse bisogno, che ormai il concetto stesso di democrazia in Turchia è stato sgretolato. Abolire l'immunità parlamentare dovrebbe essere un atto che accorcia le distanze tra un popolo ed una classe politica. In realtà l'obiettivo del presidente è quello di perseguire penalmente i deputati dell'opposizione che hanno decine di procedimenti pendenti, molti dei quali creati ad hoc. Almeno un centinaio di componenti del parlamento rischiano dunque di finire sotto processo e di perdere il seggio.

I principali partiti di opposizione al Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp) di Erdogan: i "kemalisti" del Partito Repubblicano, i "lupi grigi" del Partito del Movimento Nazionalista ed i filocurdi del Partito Democratico del Popolo, rischiano di vedere praticamente azzerata la loro presenza nel principale organo legislativo del Paese.

I primi a finire alla sbarra di fatto potrebbero essere i leader delle forse politiche suddette, rispettivamente Kemal Kilicdaroglu, Devlet Bahceli e Selahattin Demirtas: in tre hanno almeno una sessantina di processi pendenti. Erdogan non fa alcuna distinzione tra partiti e movimenti storici, estrema destra o forze politiche vicine agli odiati curdi.

Demirtas: 'Quello di Erdogan è un golpe'

L'alto numero dei parlamentari dell'opposizione con pendenze penali in corso non deve stupire: nella Turchia di oggi le denuncie scattano per un tweet, come nel caso dell'ex calciatore ed ex deputato dell'Akp, Hakan Sukur. Kemal Kilicdaroglu, guida dello storico Partito Repubblicano, tra i vari capi di accusa a suo carico ne conta parecchi per diffamazione nei confronti del presidente. La forza parlamentare più colpita, e non poteva essere altrimenti, è quella filocurda in cui 50 degli attuali 59 deputati potrebbero ora finire sotto processo. Il leader del partito, Selahattin Demirtas, ha definito il provvedimento del governo Erdogan "un golpe" ed ha sottolineato che "nessuno dei nostri deputati si presenterà in Tribunale, dovranno venire a prenderci con la forza".

Prossimo passo la riforma costituzionale

Il giro di vite contro la libertà di stampa adottato dal presidente turco negli ultimi mesi aveva fatto squillare più di un campanello d'allarme. L'ultima normativa approvata fa suonare un'orchestra. Martin Schultz, presidente del Parlamento Europeo, ha dichiarato su Twitter che "questo provvedimento è un colpo alla democrazia ed alla libertà politica turca". Preoccupazione anche da Berlino, dove Angela Merkel ha manifestato il suo dissenso verso "la polarizzazione della politica interna turca". In realtà il prossimo passo di Recp Tayyp Erdogan, che ha appeana nominato il nuovo primo miinistro al posto del "silurato" Ahmet Davutoglu (si tratta di Benali Yildirim, fedelissimo del presidente), sarà quello della riforma costituzionale del Paese che marcia spedito verso il presidenzialismo o, se preferite, verso una conclamata dittatura.

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