Era stata accettata domenica 11 settembre, dal governo di Damasco, la tregua in Siria promossa in primo luogo dai Ministri degli Esteri di USA e Russia, rispettivamente John Kerry e Sergej Lavrov, incontratisi a Ginevra per condurre una trattativa sui termini del cessate il fuoco che, con molta fatica, si è protratta per quasi 13 ore.

Una pace momentanea, entrata in vigore ufficialmente dal tramonto del giorno successivo, lunedì 12 settembre, utile nell’immediato per dare un po’ di respiro ad un Paese martoriato da una guerra civile sanguinosa, che si protrae da oltre cinque anni. La tregua doveva servire, nel lungo periodo, anche a fare in modo che alcune delle forze protagoniste del conflitto, soprattutto l’Esercito Siriano Libero capitanato da al-Bachir e sostenuto da Washington, e le Forze Armate Siriane di al-Assad appoggiate da Mosca, trovassero un’intesa duratura.

Il raid organizzato dagli americani 

Questo progetto volto alla riconciliazione, però, sembra essere ormai giunto al termine, con tensioni tra le due grandi potenze, alleate dei diversi schieramenti siriani, che sembrano condurre ad una rottura definitiva dell’accordo e, di conseguenza, allo status quo antecedente la tregua.

Episodio centrale dei dissapori sarebbe il raid aereo effettuato sabato 17 settembre dalla coalizione coordinata dagli Usa nei pressi di Dayr ar Zor, città nella fascia orientale della Nazione, e più precisamente nell’area di una base militare siriana circondata da guerriglieri del Daesh (Isis); un attacco che ha causato 62 vittime tra le fila dei soldati di Damasco.

Immediate, a quel punto, le reazioni dei due alleati stranieri, con la Russia che ha accusato gli Stati Uniti di "non rispettare, come al solito, gli accordi presi, cambiando spesso le carte in tavola" e di "essere ormai a difesa dell’Isis", richiedendo e ottenendo nella sera dello stesso giorno una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

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Gli Stati Uniti, invece, dopo aver espresso il proprio rammarico per le "vittime non intenzionali", hanno lamentato l’atteggiamento ipocrita e macchinoso del Cremlino, diretto a complicare intenzionalmente, con l’appello ad assemblee consiliari, quel nocciolo della questione che dovrebbe essere null’altro se non la gestione della tregua in Siria.

L'esercito regolare colpisce ancora i ribelli 

La pausa di pace sembra dunque conclusa, anche in forza di altre situazioni critiche che denunciano e sottolineano come, a rimetterci il costo maggiore in termini di vite innocenti, siano sempre i civili siriani. Come nel caso della sciagurata Aleppo, ancora teatro di morte e distruzione, stando ai racconti degli attivisti anti-regime dei comitati locali, che hanno riportato le vicende drammatiche di aerei-caccia di Damasco che solcano il cielo sganciando bombe sui quartieri orientali della città, abitati non solo da ribelli, ma anche da cittadini comuni non armati, uccisi insieme a chi aveva deciso di imbracciare le armi contro Assad.

Sotto una pioggia di colpi di mortaio sparati dalle forze governative ci sarebbe anche Daraa, città poco a sud della capitale Damasco dalla quale, nel 2011, era partita la rivolta contro il Presidente. Quest'attacco, sempre stando alle parole degli attivisti, avrebbe provocato 8 vittime, tra cui un ragazzo e un bambino di sei anni e mezzo.

A beneficiare di questo ritorno al caos e alla rivalità tra le fazioni Esercito Siriano Libero – Usa e Forze Armate Siriane – Russia è proprio lo Stato Islamico che, tramite Amaq, la propria agenzia di stampa, ha rivendicato l’abbattimento, domenica 18 settembre, di un aereo caccia siriano proprio nella zona di Dayr az Zor e la distruzione di un carro armato turco presso la città di Jakkah, non lontana dall’importante scenario bellico di Aleppo.