Finire in carcere per una banale omonimia? A quanto pare è possibile. Ed è proprio quello che è successo ad Ivan Bozovic, arrestato alla frontiera con la Slovenia e processato in Italia per traffico di stupefacenti. Prima che la giustizia italiana riuscisse ad accorgersi dell'equivoco, Bozovic è rimasto in carcere per 17 mesi, tra il 2012 e il 2013, e si è visto, addirittura, condannare a 6 anni e 6 mesi di reclusione in primo grado. Le tre richieste di scarcerazione presentate non hanno avuto alcun successo.

Burocrazia e problemi in geografia

La polizia era alla ricerca di Ivan Bozovic, narcotrafficante, nato in Croazia il 28 dicembre del 1970.

Era stato incastrato attraverso una serie di intercettazioni e di rilevazioni telefoniche, e da lì si era risaliti ai suoi dati personali. In virtù di un mandato di arresto europeo è stato fermato Ivan Bozovic, nato lo stesso giorno dello stesso anno, ma in Serbia. A nulla sono valse le sue dichiarazioni di completa estraneità ai fatti: custodia cautelare in carcere, processo con rito abbreviato e condanna in primo grado a 6 anni e 6 mesi di reclusione.

Un 'lieto' fine...ma non troppo

Solo nel 2014 la III Sezione della Corte d'Appello di Milano, esaminando il ricorso contro la condanna di primo grado, ha riconosciuto la mancanza di prove sull'identificazione dell'imputato. Il Tribunale di Milano ha infine stabilito un risarcimento di 130.000 Euro (il difensore ne aveva chiesti più del doppio) per ingiusta detenzione in favore di questo innocente finito in galera per la miopia del sistema.

Una somma considerevole, ma sufficiente a riparare al danno patito?

Una giustizia che non funziona

Si è assistito ad un errore giudiziario così clamoroso da risultare quasi ridicolo, se non ci fosse di mezzo la vita di una persona, trattenuta in carcere e condannata al posto di un omonimo.Se infatti può essere comprensibile un arresto dovuto ad uno scambio di persona, non è accettabile che l'ordinamento in 17 mesi non riesca ad accorgersi di aver messo in carcere una persona diversa da chi si stava cercando, né tantomeno che un processo si concluda con una condanna di un omonimo del vero ricercato.

Nel corso delle udienze, del confronto con i complici e con i testimoni, nessuno si è accorto che era stata arrestata la persona sbagliata? Vale davvero la pena di riflettere sulla qualità dei processi e sulla gestione della giustizia in Italia.

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