Zehra Dogan, carnagione colore dell'ambra, folti capelli neri, occhi profondi e grinta da vendere, è una giovane giornalista curda di soli 28 anni che collabora con "Jinha", agenzia di stampa turca che, con difficoltà, prova a raccontare le tragedie del suo popolo. Zehra scrive, intervista, è una fotoreporter che unisce alle sue inchieste l'attività di disegnatrice, illustratrice e pittrice. Le sue immagini arrivano come tagli di rasoio sulle guance del governo turco, poiché a volte le matite ed i pennelli sono in grado di sostituire le parole e di incidere con il ricordo sull'opinione della gente.
L'immagine figurata è un colpo d'occhio, in pochi secondi rende visibile il bene e il male, e soprattutto induce alla consapevolezza ed alla coscienza. In questo caso, si tratta dell'invasione della città di Nusaybin: migliaia di morti ammazzati, quasi tutti civili, un dilagante terrore fra le strade, un'apocalisse che le guardie nazionali esaltano come fosse una gloriosa vittoria, appendendo le bandiere turche sui muri delle case distrutte.
Zehra Dogan diffonde la notizia-immagine attraverso i social network, una mossa poco gradita alle autorità che, tempestivamente, ordinano il suo arresto mentre si trova in un bar. Accusata di propaganda terroristica e di collaborazione con il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), durante il processo viene indicata come la "piccola donna con l'anello al naso", femminista curda che con le sue opere minaccia la stabilità del governo, e viene condannata a scontare 2 anni, 10 mesi e 22 giorni nel carcere femminile di Mardin.
I penitenziari turchi, come è noto, hanno una fama terribile.
L'immagine pubblicata su Twitter è il pretesto per eliminarla, essendo considerata una mina vagante a causa degli articoli sulle donne yazide che sono riuscite a sfuggire all'Isis e alle sue orribili vessazioni; un duro lavoro che le aveva consentito di aggiudicarsi il premio "Metin Goktepe Journalism Award". Inoltre aveva raccontato graficamente le ingiustizie subite dal suo popolo e dai suoi colleghi con una pubblicazione illustrata, ispirata ad un giornale filo-curdo con sede ad Istanbul, anch'esso mal tollerato e definitivamente chiuso dal governo di Erdogan.
Uomini che fanno male al mondo
Erdogan, qualche mese fa, ha incontrato il Papa, ma non ha voluto affatto presentarsi dinanzi alla stampa.
Se Angela Merkel è l'unica a sospendere diplomazia e trattative, tutt'oggi la politica del presidente turco non rispetta la strategica posizione di cui godeva un tempo Bisanzio (Istanbul), ed insieme con essa tutta la Turchia, magnifico ponte fra oriente e occidente, fra cristianesimo e islam, culla di antiche civiltà e splendori. Il presidente è da anni una sorta di "guerrafondaio", retrogrado e insopportabile comunicatore quando, da un palco, stringe a sé una bambina, indicandola come simbolo al martirio: uomini di questa taratura non fanno bene al mondo.
Così l'eclettico Bansky e tutti gli artisti che non si sottraggono al dovere etico-morale di usare la propria arte come strumento di denuncia, lancia l'allerta a New York: grazie a lui, Zehra Dogan è finalmente sotto gli occhi del mondo. Si parli pure di raccapricciante ingiustizia.