Nell’ articolo precedente avevamo fatto appena in tempo a parlare dell’iniziativa di #ProVita consistente nell’affissione, nel quartiere Aurelio, di un maxi poster di 7 metri per 11, che riportava la descrizione delle caratteristiche di un feto ad 11 settimane di gravidanza e un invito indiretto a dare spazio alla vita.

Le consigliere capitoline ordinano la rimozione

E’ bastato questo per suscitare l’indignazione anzi, la rivolta, delle consigliere del Pd al Campidoglio: Michela Di Biase, Valeria Baglio, Ilaria Piccolo, Giulia Tempesta e Lista Civica Svetlana Celli che hanno presentato una mozione per chiederne la rimozione immediata, supportate da Monica Cirinnà che, sui social, aveva lanciato l’hashtag #rimozionesubito.

La motivazione con cui hanno giustificato un gesto così netto e deciso è che “Si tratta di immagini che offendono la sensibilità di tutti […]. Difendere la vita con messaggi così crudi e violenti non appartiene alla storia delle donne, né della città".

La presunta incostituzionalità dell'iniziativa pro-life

Eppure, a guardar bene, l’immagine del feto, non presentava niente di speciale o cruento: si trattava di una foto ingrandita di un corpicino regolare con mani e piedi e la testa allungata, esattamente l’immagine di ognuno di noi a 11 settimane di gestazione.

Né la frase riprodotta sul cartellone sembrava riportare affermazioni violente, offensive o di condanna, sul poster si leggeva testualmente: “I tuoi organi erano presenti, il tuo cuore batteva già, ti succhiavi il pollice. E ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito". Insomma, pare un semplice riferimento a dati di fatto (alcuni anche biologici) per di più scontati. Riesce difficile intravedere in questo assunto una forma di condanna verso le donne che scelgono la strada dell’interruzione volontaria della gravidanza di cui ProVita conosce bene il dramma, oltre che fisico, soprattutto psicologico ed emotivo, per evitare il quale, offre aiuti concreti alle gestanti che, nonostante situazioni di difficoltà grave, scelgano di portare avanti la gravidanza.

Tra l’altro, la legge 194, in nome della quale è Stato rimosso prontamente il cartellone prevede, oltre alla dovuta assistenza sanitaria da parte dello #Stato, nel caso in cui la donne dovessero scegliere di ricorrere all’interruzione della gravidanza, all’Art.2 (che pochi sembrano ricordare e citare) contempla anche l’assistenza dei consultori familiari nel caso in cui, si prenda la decisione contraria “contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione volontaria della gravidanza” in modo che si possa parlare davvero di “libera scelta”.

Cadrebbe, a questo punto, l’accusa di incostituzionalità attribuita all’iniziativa, da parte della senatrice Monica Cirinnà.

La replica di Toni Brandi

Il presidente di ProVita, Toni Brandi ha, inoltre, commentato il provvedimento sottolineandone la gravità, in quanto risulta lesivo della libertà di espressione anch'essa, ricorda, diritto garantito dalla Costituzione. Lascia dunque perplessi la tempestività del gesto dal sapore vagamente censorio, con cui, in meno di 48 ore, si è provveduto all’eliminazione della gigantografia, in una Capitale che non si può certo dire priva di ben altre urgenze, per le quali, invece, si esita ad intervenire con tanta celerità o si esita proprio ad intervenire.

Da oggi il cartellone non si vedrà più in via Gregorio VII e, tra tante brutture con cui siamo costretti a confrontarci ogni giorno (guerre e violenze di ogni tipo ed efferatezza) l’immagine di un feto sembra per alcuni, rientrare tra queste e, senza nemmeno l’ombra di una discussione e di un confronto con il responsabile dell’iniziativa pro-life, va solo dimenticata e abolita senza appello.

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