1,2 miliardi di bambini non ha un’infanzia [VIDEO]. Questi i numeri terrificanti rilevati da Save The Children, un’organizzazione non governativa nata nel 1919 e che opera in ben 125 Nazioni. Il suo scopo è principalmente quello di intervenire in situazioni di emergenza – conflitti o catastrofi naturali – in Paesi tormentati dalla povertà. Nella classifica dei Paesi in cui l’infanzia è a rischio, la Nigeria è al primo posto, seguita da Mali e Sudan. Sebbene nell’immaginario comune tali condizioni siano lontane dalla nostra realtà, anche l’Italia è presente nella lista e in una posizione abbastanza scioccante, all’ottavo posto: nel nostro paese circa 1 milione di bambini vive in povertà assoluta.

Non si può però ridurre queste problematiche, esistenti da diverse centinaia di anni, a mere statistiche.

Adulto in miniatura

Nella società medievale, non esisteva l’idea di infanzia, non esisteva quella natura che distingueva il bambino dall’adulto. Venivano trattati, per quanto possibile, allo stesso modo e l’unica caratteristica che li differenziava era la dimensione del corpo. Di conseguenza l’età cronologica non era un segnale importante come lo è ai giorni d’oggi: i bambini dovevano condividere le attività dell’adulto sia nel lavoro sia nel gioco, nei primi anni di vita erano già in grado di provvedere alla sopravvivenza della propria famiglia. Una condizione difficile, dato l’elevato tasso di mortalità che caratterizzava quell’epoca, solo un bambino su tre riusciva a raggiungere il primo o il secondo anno di vita.

La morte di un figlio, soprattutto se bambino, provoca di norma uno sconvolgimento nella vita della madri ed è proprio per questo che le donne hanno adottato un sistema di autodifesa, l’indifferenza: le madri non si affezionavano più ai propri figli fino a quando la loro possibilità di sopravvivere non fosse certa. Nonostante la concezione del bambino – a livello psicologico – si sia evoluta positivamente, questo “stile di vita” non è molto distante da quello condotto nei paesi del Terzo mondo, in cui la povertà incide fortemente sulla probabilità di restare in vita dopo il quinto anno d’età e sulla possibilità di avere cure mediche e un’istruzione.

Culture diverse, stesso obiettivo

Cambiamenti sull’infanzia del bambino possono essere riscontrati non solo tornando indietro nel tempo, ma anche viaggiando attraverso le diverse culture del mondo. Ogni società, distinguendosi per i propri valori, ha un modo preciso di educare i bambini [VIDEO].

Una mamma occidentale crea con il piccolo un’interazione emotiva molto intensa, lo coccola, gli sorride, gli parla, porta l’attenzione del bambino verso di sé.

Invece i kaluli, una comunità della Papua Nuova Guinea, hanno tutt’altre tradizioni: mamma e figlio non passano molto tempo a guardarsi negli occhi, si preferisce tenere il bambino rivolto verso l’esterno così che possa interagire con le persone che fanno parte del loro gruppo sociale, sono infatti gli altri a parlare direttamente al piccolo e non la madre. Spostandoci più ad ovest, in Kenya, le azioni delle madri mirano a smorzare l’eccitamento che il bambino prova verso uno stimolo. L’enfasi ridotta nelle interazioni faccia a faccia si riscontra in maniera massiccia nel contatto fisico: quando il piccolo piange, la madre lo culla o lo allatta, sempre con l’obiettivo di evitare l’eccitamento. Questo perché, dopo la nascita del figlio, le madri devono tornare a lavorare nei campi e il piccolo viene affidato ai bambini più grandi, deve quindi essere calmo e gestibile. Ai nostri occhi queste pratiche possono sembrare “anormale” ma, conosciuti i background culturali, assumono un significato comprensibile.