È #MeToo alla Silicon Valley.

In tutto il mondo, cominciando dall’Asia, ieri primo novembre, migliaia di lavoratori di Google si sono allontanati dai loro posti di lavoro allo scoccare delle 11.10 del mattino, ognuno secondo il proprio fuso orario, per chiedere la verità circa le molestie sessuali che il gigante del web avrebbe nascosto e chiedere, inoltre, un cambiamento nel modo in cui le donne vengono trattate dalla compagnia.

Ogni dipendente ha lasciato sulla propria scrivania un biglietto con scritto: «Sono uscito perché insieme ad altri colleghi e collaboratori vogliamo protestare contro le molestie sessuali, le condotte inappropriate, la mancanza di trasparenza e una cultura del lavoro che non funziona per tutti e per ottenere un vero cambiamento sul trattamento delle donne in azienda». "It's not ok" è quello che si leggeva sui cartelli fuori dagli uffici mentre l'hashtag #GoogleWalkout è diventato in poche ore trend topic su Twitter.

Il movimento #MeToo, movimento di matrice femminista che verte contro le molestie e le violenze contro le donne, travolge migliaia di dipendenti della Silicon Valley. La protesta e la rabbia dei lavoratori è esplosa dopo la pubblicazione di un articolo del New York Times in cui si denunciavano fatti accaduti nel 2013 e che vedono implicati diversi responsabili, tra i quali Andy Rubin, il creatore del sistema operativo per smartphone Android.

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Google Android

New York Times: la ricostruzione dei fatti

I fatti che vengono esplicitati sul New York Times riguardano documenti interni e testimonianze di diversi dipendenti. Sembrerebbe che nel 2013 una donna denunciò Andy Rubin, fondatore di Android, per averla costretta a fare sesso orale in una camera d'albergo. Ciò che viene riportato sul quotidiano statunitense è che Google anziché prendere provvedimenti, seppur l'accusa la ritenne credibile, lo mandò via dal gruppo con una buonuscita di 90 milioni di dollari.

Non solo. Il NYT ha sostenuto che dall'anno della nascita di Google, Page e il co-fondatore, Sergey Brin, hanno favorito una cultura "permissiva" a lavoro. A questo proposito, per placare l'indignazione, Big G riferisce di aver licenziato 48 persone per molestie sessuali negli ultimi due anni e, in più, di non aver mai favorito un dipendente con una buonuscita.

Sundar Pichai, l'amministratore delegato, mercoledì ha rilasciato una dichiarazione in cui ha sostenuto che il management della società fosse a conoscenza della protesta e che avrebbe sostenuto i suoi dipendenti.

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