A circa un anno di distanza dalla morte di Mattia Minganelli, sono ancora tanti i dubbi che attanagliano i familiari del giovane, scomparso il 7 dicembre del 2018, durante un weekend di vacanza a Chiesa in Valmalenco (Sondrio), nella frazione Barchi.

Il corpo del trentenne originario di Como era stato ritrovato alla vigilia di Natale, ormai privo di vita, in un bosco nei pressi delle piste da sci dell’alpe Palù. Dall’autopsia era emerso come il decesso fosse stato causato da diverse fratture al cranio, compatibili con una caduta in quel tratto scosceso, avvenuta però in un modo tale da lasciare molti dubbi.

Così Elisa, sorella di Mattia, lancia a nome della famiglia un appello per ottenere finalmente una parola definitiva sul giallo della scomparsa del ragazzo. “Secondo noi non è trattato di un semplice incidente – ha spiegato al Corriere della Sera – qualcuno deve avergli fatto del male”. Elisa ricorda come la procura di Sondrio non abbia mai chiuso il fascicolo per il reato di omicidio: “Qualcuno sa molto più di quanto raccontato ai pm” ha aggiunto, invitando a parlare tutti coloro che sono a conoscenza di elementi utili per le indagini.

I dubbi dei familiari di Mattia Minganelli

Elisa spiega i motivi dei dubbi della famiglia: non si capisce perché Mattia si fosse recato di notte nel bosco senza portarsi dietro il telefonino, una torcia e l’attrezzatura adatta ad una simile escursione.

Inoltre aveva lasciato a valle anche Dante, il cane da cui non si separava mai. Infine il corpo era stato scoperto a 1.800 metri di altezza da un gruppo di escursionisti, proprio in una zona più volte perlustrata nei giorni precedenti, senza che fosse stato trovato nulla.

“Le indagini non si sono mai interrotte – ha chiarito Elisa – tuttavia, anche se dovessero concludersi, noi continueremmo a cercare la verità”. In effetti la procura di Sondrio ha confermato che sono ancora in corso degli accertamenti, richiesti lo scorso settembre al raggruppamento investigazioni scientifiche dei carabinieri. A quanto pare si attendono i risultati degli esami su una traccia di sangue trovata nel rifugio in cui la vittima era stata vista per l’ultima volta.

La sosta nel rifugio, prima di scomparire

Mattia era arrivato nella baita di famiglia il giorno prima della sua scomparsa. L’ultimo ad incontrarlo era stato il gestore di un rifugio con cui si era fermato per un aperitivo: quest’uomo aveva ritrovato in seguito il telefono cellulare del 30enne ed era stato interrogato a lungo dagli inquirenti.

Elisa conferma come gli esami tossicologici abbiano confermato che il giovane avesse bevuto un paio di bicchieri di vino poco prima del decesso. Tuttavia si tratta di una quantità tale da non potergli far perdere lucidità: resta il mistero su quell’escursione notturna nel bosco. Inoltre appare strano come non ci sia stato nemmeno un testimone ad aver notato qualcosa di particolare quella sera.

I familiari di Mattia sono tornati spesso in quei luoghi alla ricerca di notizie ed indiscrezioni dalla gente del posto, ma senza aver mai ottenuto nulla di concreto. Nel frattempo sono partite alcune iniziative per ricordarlo come “la Vigna di Mattia”, che presto produrrà uno spumante con il nome del giovane comasco.