Lo scorso 19 febbraio, la cornice storica dell’ex convento di Sant’Antonio a Laureana di Borrello, a Reggio Calabria, ha ospitato un dibattito di alto profilo tecnico e civile: Referendum Giustizia: le ragioni del SÌ e del NO. L’evento, organizzato dall’UDI (Unione Donne in Italia), ha offerto ai cittadini gli strumenti per un voto consapevole su un tema che tocca i gangli vitali dello Stato di diritto.

L’apertura: l’impegno civile dell’UDI

I lavori sono stati aperti da Cettina De Nicola, Presidente dell’UDI locale, che ha sottolineato l’importanza della partecipazione informata: "Votare significa essere consapevoli".

De Nicola ha inoltre legato il tema della giustizia alla missione dell'associazione, auspicando che una riforma efficace possa contribuire a chiudere la piaga della violenza sulle donne attraverso il rispetto e la certezza del diritto. Dopo i saluti istituzionali del sindaco di Laureana, il moderatore, l’avvocato Giuseppe Barillà, ha introdotto il cuore tecnico della discussione.

La separazione delle carriere: il nodo costituzionale

Il primo focus, dedicato alla separazione delle carriere, ha visto l'intervento dell'avvocato Giuseppe Milicia (Presidente della Camera Penale di Palmi e sostenitore del SÌ). Milicia ha inquadrato la riforma come una necessità non più rinviabile per garantire la "terzietà" del giudice prevista dalla Costituzione.

"Chi giudica e chi accusa non possono condividere la stessa appartenenza associativa o gli stessi meccanismi di carriera," ha spiegato Milicia, sottolineando come la parità tra le parti sia oggi minata da una cultura giudiziaria unica che necessita di una distinzione netta, non solo organizzativa ma culturale.

La difesa dell'indipendenza: la prospettiva del "NO"

In risposta, il magistrato Antonio Salvati ha espresso la propria contrarietà, definendo la riforma "inutile e pericolosa". Pur ammettendo le criticità comunicative della magistratura, Salvati ha lanciato un allarme sulla tenuta del sistema:

  • La tutela dei diritti: Il magistrato ha spiegato che l'attuale indipendenza permette al giudice di decidere secondo legge e coscienza, anche quando la decisione contrasta con gli orientamenti del potere politico o le esigenze di bilancio dello Stato. La sua critica alla riforma non è di principio, ma di metodo e merito: la separazione delle carriere viene vista come un intervento che potrebbe indebolire la magistratura nel suo complesso, senza tuttavia risolvere alla radice il problema degli errori giudiziari o delle lungaggini processuali
  • Il rischio di condizionamento: Secondo Salvati, staccare il PM dal circuito della giurisdizione rischierebbe di creare un accusatore orientato solo al risultato, privandolo del "freno a mano" della cultura della prova.

La visione degli intellettuali: tra malfunzionamenti e rischi politici

Il dibattito si è poi allargato alla percezione sociale della giustizia.

Lo scrittore Mimmo Gangemi ha offerto una disamina severa sul sistema attuale, citando l'alto tasso di errori giudiziari: "Se il 60% dei provvedimenti d’accusa cade in giudizio, il sistema ha la febbre alta". Gangemi si è detto favorevole al sorteggio per i membri del CSM per spezzare il meccanismo delle correnti, definito forse una "casta" che protegge se stessa.

Di segno opposto l'intervento di Santo Gioffrè. Lo scrittore, pur ricordando di essere stato vittima di errori giudiziari, ha messo in guardia da un disegno di "normalizzazione" della magistratura: "La mia paura è il controllo politico. Se si indebolisce l'autonomia del giudice, cade l'ultimo baluardo di libertà".

Il confronto finale: Alta Corte e responsabilità

Nella fase conclusiva, l'avvocato Barillà ha stimolato i relatori sul tema dell'Alta Corte Disciplinare.

  • Milicia ha ribadito la necessità di rompere la "giustizia domestica" del CSM, auspicando una magistratura responsabile che non debba "chiedere il permesso alle correnti" per essere indipendente.
  • Salvati ha replicato con i dati: le condanne disciplinari sono in linea con gli standard europei. Il rischio, per il magistrato, è che collegi disciplinari composti da politici diventino una "spada di Damocle" sulla libertà di giudizio dei magistrati.