La campagna referendaria entra nel vivo ancor prima del fischio d’inizio ufficiale. Con la firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sul decreto che indice il referendum sulla giustizia, fissato per il 22 e 23 marzo, si accende uno scontro politico e istituzionale destinato a lasciare il segno. I partiti sono già in movimento, i comitati affilano le armi e nella maggioranza emergono nuove frizioni, non solo sul referendum ma anche sulla riforma della legge elettorale. A far esplodere il caso è il ricorso presentato al Tar del Lazio dal comitato promotore della raccolta firme, che chiede la sospensione della delibera del Consiglio dei ministri.
In particolare, nel mirino ci sarebbe la data della consultazione, ritenuta troppo ravvicinata rispetto ai tempi tradizionalmente concessi ai cittadini per la raccolta delle sottoscrizioni. Una mossa annunciata, che irrita l’esecutivo e spinge il comitato favorevole alla separazione delle carriere a intervenire a sua volta davanti ai giudici amministrativi. Il Quirinale viene informato preventivamente dell’iniziativa: una lettera, definita “atto dovuto” dal portavoce Guglielmi, viene recapitata al capo dello Stato per illustrare le ragioni del ricorso, senza alcuna richiesta o pressione. Intanto Mattarella firma il decreto.
Il problema della data e lo scontro giuridico
La frattura si consuma sull’interpretazione delle norme.
I promotori delle firme, circa 400 mila, invocano l'abitutine consolidata, secondo cui la data del voto dovrebbe essere fissata allo scadere dei 90 giorni previsti per la raccolta popolare. Da qui l’accusa all’esecutivo di forzare i tempi e di comprimere il dibattito pubblico. Una scelta che spacca il fronte politico e alimenta accuse reciproche.
Partiti e comitati: la campagna è già partita
Il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri (FI) sostiene che altre raccolte firme servirebbero solo a garantire rimborsi elettorali. Dello stesso parere anche Enrico Costa, che accusa i promotori di voler bloccare il referendum che dichiarano di sostenere. Dall’altra parte, i comitati per il "no" e opposizioni parlano di accelerazione forzata per soffocare il confronto.
Giovanni Bachelet, del Comitato Società civile, denuncia una strategia della destra per ridurre lo spazio di discussione. Il Movimento 5 Stelle inaugura la campagna con mobilitazione già strutturata tra social e territori. Il Partito democratico resta più cauto, ma chiarisce la sua linea: difendendo la Costituzione e l’equilibrio tra poteri. Sul fronte opposto, i sostenitori del sì si organizzano: Forza Italia definisce budget e messaggi, mentre il ministro della Giustizia, Nordio, entra in scena anche sul piano mediatico.
Maggioranza divisa anche sulla legge elettorale
Sul fondo, riemerge un altro terreno di scontro: la riforma della legge elettorale. Tra Lega e Fratelli d’Italia volano scintille.
Per FdI si tratta di una priorità politica, mentre dalla Lega arrivano segnali più prudenti. Matteo Salvini frena, pur riconoscendo che il dossier è seguito dal ministro Calderoli. Le trattative informali proseguono, ma l’intesa non c’è. E dalle opposizioni arriva l’affondo finale: la destra, accusano Pd e Avs, continua a dividersi mentre il Paese entra in una campagna elettorale che si preannuncia lunga, aspra e ad alta tensione.