Esplosioni che si susseguono senza tregua, notti interrotte dal rumore dei boati e una tensione che non accenna a diminuire. È il racconto di Francesca Chiavaroli, che descrive così, al quotidiano Il Centro, le ore difficili vissute in Libano, che sta subendo l'attacco di Israele. "Le esplosioni sono continue, a volte ravvicinate. Anche quando sembrano lontane, il rumore arriva forte e chiaro. È impossibile abituarsi", spiega. Ogni giornata è scandita dall’incertezza, tra aggiornamenti frammentari e la necessità di riorganizzare la quotidianità in base all’evolversi della situazione.
Secondo Chiavaroli, il clima nel Paese è profondamente diviso
"I libanesi sono spaccati a metà: c’è chi vede all’orizzonte un conflitto destinato a peggiorare e teme un’escalation sempre più ampia, e chi invece spera che si possa arrivare a una tregua, magari già nelle prossime settimane". Una frattura che attraversa famiglie, luoghi di lavoro e discussioni pubbliche, riflettendo la fragilità di un equilibrio già messo a dura prova negli ultimi anni. Nonostante la paura, racconta, la vita prova ad andare avanti. "Le persone cercano di mantenere una parvenza di normalità, ma la tensione si percepisce ovunque. Ogni rumore improvviso fa sobbalzare, ogni notizia viene letta con apprensione". Il suo è uno sguardo dall’interno, che restituisce l’immagine di un Paese sospeso tra timore e speranza, in attesa di capire se le prossime settimane porteranno un ulteriore aggravarsi della crisi o l’avvio di un percorso verso la stabilità.
Non è la prima volta che si trova a vivere una situazione simile
"Ero qui anche durante il conflitto del 2024. Quando ho sentito i primi bombardamenti ho pensato: “Eccoci, ci siamo di nuovo, si ricomincia". Una frase che racchiude la sensazione di ciclicità di una crisi che ritorna, lasciando una popolazione sospesa tra rassegnazione e speranza. In città il clima è carico di tensione. "Le persone cercano di mantenere una parvenza di normalità, ma la tensione è palpabile. C’è chi teme un conflitto destinato ad allargarsi e chi spera che si possa arrivare a una tregua in tempi brevi". Le conversazioni, racconta, ruotano tutte attorno allo stesso interrogativo: escalation o de-escalation?
Tra le preoccupazioni concrete c’è anche la possibilità di lasciare il Paese qualora la situazione dovesse precipitare.
"Il nodo è capire se, in caso di necessità, sarà possibile trovare un volo. L’aeroporto rappresenta una via di uscita, ma in un contesto così instabile nulla è scontato". Nonostante tutto, la voce resta ferma. "La speranza è che la situazione non peggiori ulteriormente. Qui si vive nell’incertezza totale, ed è forse questo l’aspetto più difficile da gestire". Intanto, a Beirut, il rumore delle esplosioni continua a segnare le ore di una città che trattiene il fiato.