Dal 25 al 27 giugno 2026, al Palacongressi di Rimini, torna EXPOAID, il più grande evento nazionale dedicato alla disabilità e al Terzo Settore. Il titolo scelto per questa edizione — “Io, persona di valore” — non è uno slogan, ma una dichiarazione politica e culturale: la persona viene prima della categoria, prima dell’etichetta, prima del bisogno di “inclusione” che troppo spesso ricade sulle spalle di chi vive una disabilità.
La persona al centro: non un gruppo, non un target, non un settore da sfruttare
La fonte governativa è chiara: EXPOAID nasce per promuovere un cambiamento radicale di prospettiva.
Non si parla più di “integrare” qualcuno in un sistema già costruito da altri, ma di riconoscere il diritto di ogni individuo di scegliere, partecipare, lavorare, creare valore.
Questo significa una cosa semplice e potente:
la persona con disabilità non è un gruppo omogeneo, non è un settore economico, non è un target su cui costruire business. È un individuo con talenti, competenze, sogni e un vissuto unico.
Lavoro: non assistenzialismo, ma autonomia
Finora, la tutela lavorativa delle persone con disabilità si è mossa soprattutto attraverso:
chiamate mirate,
contratti specifici,
forme di lavoro autonomo o prestazioni occasionali, tutte modalità che riconoscono la possibilità di lavorare, ma spesso senza scardinare il vero nodo culturale: la società continua a vedere la disabilità come un’eccezione da gestire, non come una normalità da accogliere.
EXPOAID ribalta la prospettiva: la persona con disabilità non deve essere “inclusa”, perché non è fuori da nulla.
È la società che deve allargare gli orizzonti, smettere di trattare la disabilità come un comparto speciale e iniziare a valorizzare i talenti individuali.
Talenti, non categorie
Durante l’evento, il Governo sottolinea che saranno protagonisti:
progetti innovativi,
attività sportive e artistiche,
performance musicali,
spazi espositivi dedicati alle competenze delle persone.
Non per “mostrare cosa sanno fare i disabili”, ma per riconoscere il valore delle persone, punto.
Ogni individuo porta con sé un percorso, una storia, una professionalità. E non esiste un’unica identità della disabilità: c’è chi è artista, chi è ricercatore, chi è imprenditore, chi è atleta, chi è lavoratore autonomo, chi è studente.
Ridurre tutto questo a un’unica categoria è una forma di discriminazione culturale.
Stop al business della disabilità
Uno dei messaggi più urgenti è proprio questo: la disabilità non deve essere un settore economico da cui trarre profitto, né un’etichetta da usare per ottenere fondi, visibilità o vantaggi politici.
La vera rivoluzione è valorizzare i talenti, non costruire sistemi che lucrano sulla fragilità.