'Sbirre' è una raccolta di racconti dei tre autori Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni. Per gli appassionati di viaggi marini e conseguenti mezzi per solcare gli oceani, lo ‘sbirro’ non ha niente di particolarmente preoccupante o ansiogeno. Si tratta solo e semplicemente, nella terminologia nautica, di un inoffensivo – ma utile – anello flessibile di canapa, usato per fissare imbracature o per legare paranchi agli alberi delle navi. Diversamente, invece, il termine assumerebbe una coloritura più inquietante, visto che starebbe a indicare delle figure meno ordinarie e che provengono da una storia piuttosto lontana nel tempo: erano, in epoca medievale, le guardie di polizia civica.

Con il passare del tempo, il termine ‘sbirro’, non si è perduto fra gli anfratti delle pagine storiche. Con una significazione meno drammatica – a volte scherzosa, a volte spregiativa – è giunto fino all’attualità, a indicare i poliziotti moderni.

Un libro e tre autori

La raccolta di racconti [VIDEO]che ha come titolo “Sbirre” (Rizzoli, pag. 220), pronto per essere pubblicato il 3 luglio 2018, fa riferimento alla seconda variante segnalata in precedenza. I tre autori, Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni, hanno voluto mettere sotto la loro lente di ingrandimento una certa tipologia delle forze dell’ordine. Intanto vale la pena segnalare che, come in altri spaccati della società del terzo millennio – e delle epoche passate, ovviamente – anche e purtroppo, l’immagine dei tutori della legge non è sempre fulgida e vibrante di luce corretta.

I poliziotti, gli ‘sbirri’ (per i più curiosi, il termine deriva da ‘birrus’, in altre parole rosso come il mantello dotato di cappuccio che i poliziotti medievali indossavano), affrontano la malavita. Sicuramente: alcuni sacrificano anche la loro esistenza. Altri, invece, come erba cattiva nata senza che qualcuno l’abbia coltivata, fanno il contrario. E diventano uguali a quelli che dovrebbero combattere.

Un’Italia critica

I tre narratori [VIDEO], in “Sbirre”, hanno liberato i loro racconti in un paesaggio altamente contemporaneo. Pur usando come quinte l’Italia coeva, essa è descritta – e questo rende particolarmente drammatico lo snodo delle narrazioni – attraverso descrizioni forti: Roma conta una primavera che non scalda niente, né cuori né anime; il Nordest è una frontiera selvaggia; a Napoli le classi sociali sono ghettizzate tramite la presenza di sobborghi versus quartieri residenziali; etc. E poi ci sono loro: le paladine mancate e corrotte. Nelle storie di “Sbirre”, le donne in divisa sono donne allo sbando.

I loro nomi: Anna Santarossa, vicequestore e già passata dall'altra parte; Alba Doria, commissario in bilico tra bene e male e che sonda il magma gorgogliante della rete telematica; Sara Morozzi, ha un conto da regolare, nel frattempo, interpreta il linguaggio del corpo delle persone. È, questo, un libro nel quale gli autori esaminano la spietatezza di chi dovrebbe proteggere l'ordine pubblico.