Per la serie BlastingTalks, intervistiamo il direttore generale di Area Science Park, Stefano Casaleggi. Area Science Park di Trieste, ente nazionale di ricerca e agenzia per l’innovazione, è un sistema che fa della creazione e della condivisione della conoscenza una leva a disposizione delle imprese e della società. Grazie a progetti collaborativi su scala nazionale e internazionale, è oggi uno dei principali protagonisti delle politiche per la ricerca e l’innovazione in Italia.

Blasting Talks è una serie di interviste esclusive con business e opinion leader nazionali e internazionali per capire come la pandemia di coronavirus abbia accelerato il processo di digitalizzazione e come le aziende stiano rispondendo a questi cambiamenti epocali.

Leggi le altre interviste della serie sul canale BlastingTalks Italia.

Partiamo spiegando di cosa vi occupate in Area: quali sono le vostre aree di intervento e come operate per raggiungere i vostri obiettivi?

La nostra missione è lo sviluppo del sistema economico attraverso l’innovazione e la ricerca tecnologica, grazie alla valorizzazione dei risultati della ricerca, il loro trasferimento al mercato e il supporto a processi di creazione di nuove imprese innovative. Questa mission si articola in quattro linee d’azione sinergiche: lo sviluppo di progetti di R&D da parte di laboratori di ricerca e imprese del parco tecnologico; il costante investimento in infrastrutture e dotazioni scientifiche messe a disposizione di ricercatori e imprese in una logica open lab, ad esempio nel campo della genomica e della gestione dati; lo sviluppo di servizi per l’innovazione e la formazione rivolti in particolare alle PMI, per esempio nel campo della trasformazione digitale; la generazione d’impresa attraverso pre-incubazione, incubazione e accelerazione di startup innovative, grazie al nostro incubatore certificato Innovation Factory.

Per quale motivo è così fondamentale creare un punto di incontro tra scienza e impresa e quali sono i risvolti potenziali?

La ricerca è un motore di progresso e innovazione che produce ricadute dirette sulla vita dei cittadini. Tuttavia, questo processo non si sviluppa automaticamente. Le PMI, che sono l’ossatura del sistema industriale italiano, hanno difficoltà ad accedere a Università e laboratori di eccellenza.

Nella nostra visione, la ricerca è la fabbrica di conoscenza avanzata i cui “semilavorati” noi rendiamo disponibili alle imprese per costruire nuovi prodotti e servizi che aumentano il benessere delle comunità. Nel mondo post-moderno è cambiato il concetto di competizione, il cui paradigma si è spostato dalla protezione assoluta delle informazioni alla loro condivisione in una logica di open innovation.

È l’evoluzione dell’idea di coopetition dei primi anni duemila: in pratica più si condivide, maggiore sviluppo si ottiene e il nostro ruolo è rafforzare questo dialogo con metodi e strumenti adeguati.

Tra le vostre strategie di intervento avete realizzato un percorso chiamato IP4FVG: di cosa si tratta?

È l’applicazione pratica del concetto precedente: una rete estesa di soggetti pubblici e privati che mette in comune competenze ed esperienze, luoghi e living lab, asset e strumenti di formazione per aumentare la competitività di un territorio. È il modello di open innovation declinato nell’innovazione di processo che, nel caso di IP4FVG, fa leva sulla trasformazione digitale. Si tratta di un tassello importante di un nuovo modello di sistema industriale, denominato Argo, che Area Science Park ha sviluppato in seguito a un’intesa firmata a marzo del 2018 fra il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (Miur), il Ministero dello Sviluppo economico (Mise) e la Regione Friuli Venezia Giulia.

Entriamo nel merito del Coronavirus e del lockdown deciso per contenere l’emergenza sanitaria: quale impatto ha avuto in senso generale per il vostro parco tecnologico?

Il nostro personale e quello delle imprese e dei laboratori insediati nei nostri campus hanno dimostrato una notevole capacità di risposta all’emergenza. Nella prima fase, tra febbraio e giugno 2020, le presenze si sono inevitabilmente ridotte al minimo, con un indice di presenza del 10% in laboratori e uffici, ma mantenendo comunque gli spazi aperti per le attività essenziali. A partire da luglio le attività in presenza sono riprese, come dimostrato dall’indice di attività basato sui consumi energetici, tornando a valori prossimi a quelli del 2019.

Attualmente lo smart working si conferma come nuova modalità di lavoro, con un indice di presenza stabile ben superiore al 50%.

Nello specifico, lo smart working è diventato uno dei temi centrali dell’orientamento al lavoro in questo difficile periodo: come si è tradotto all’interno della vostra attività?

Noi, come quasi tutte le organizzazioni pubbliche e private, non eravamo preparati a questo salto improvviso. Ma quando la scorsa primavera gli eventi hanno portato al lockdown nazionale, in tre settimane abbiamo reagito facendo ricorso allo smart working esteso, dotando il nostro personale – che ha mostrato grande professionalità e spirito di adattamento - di tecnologie abilitanti e rendendo i nostri sistemi accessibili in cloud.

Questo sforzo organizzativo ci consente oggi di pensare allo smart working come la nostra consuetudine lavorativa anche dopo l’emergenza, grazie a una nuova disciplinare già passata in CdA e al POLA, con l’obiettivo di mantenere lo SW (Smart Working ndr) per il 90% del nostro staff.

Mentre per quanto concerne la vostra risposta alla crisi pandemica, quali iniziative avete avviato?

Con la nostra Piattaforma di Genomica ed Epigenomica di ultima generazione e insieme a laboratori e aziende attive nei nostri campus, siamo impegnati in prima linea nella lotta contro il Covid-19. Abbiamo un’infrastruttura per il sequenziamento dei ceppi virali tra le più moderne esistenti: è stata fondamentale per isolare e conoscere nel dettaglio il genoma del virus in Friuli Venezia Giulia e sarà indispensabile per monitorarne le mutazioni.

Abbiamo avviato due call aperte a imprese e centri di ricerca (Fast Track Covid-19), raccogliendo 25 progetti che nel 2021 matureranno risultati. Inoltre, il nostro sistema di imprese e laboratori ha generato diversi progetti per lo sviluppo di nuovi farmaci e di sistemi di diagnosi veloci e innovativi.

Come sistema Area Science Park avete una posizione di osservazione privilegiata sull’analisi dei nuovi trend hi-tech e sull’impatto di Covid-19 in questo particolare ambito: a suo parere cosa potremmo imparare da questa crisi e in che modo potrà cambiare il settore nei prossimi anni?

Difficile fare previsioni certe, ma quello che credo sia già nello stato attuale delle cose è che avremo un’organizzazione del lavoro sempre più basata su modalità fluide e collaborative.

Le tecnologie abilitanti avranno un ruolo crescente, con impatti positivi in molti settori, per esempio in medicina, migliorando le nostre capacità di prevenzione, diagnosi e cura personalizzata. La generazione esponenziale di dati, nuovo petrolio del nostro secolo, grazie all’intelligenza artificiale e alla capacità di interpretarli e gestirli, darà vita a un rinascimento economico che dobbiamo saper cogliere. In particolare, potremo generare valore dalla capacità di analisi dei dati - e qui la creatività del sistema Italia offre un punto di forza - a patto di formare e dare buona occupazione ai giovani talenti in grado di farlo.

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