La sicurezza di uno stipendio contro il rischio di entrare in area di povertà? Non è più un dogma. Se una volta riuscire ad entrare nel mondo del lavoro rappresentava la migliore garanzia per allontanare l'eventualità di trovarsi in area di disagio economico, oggi si sta affermando una realtà ben diversa. Il fenomeno è conosciuto con l'accezione inglese "working poor", ovvero lavoratore in stato di povertà.

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Nella pratica, si tratta di persone che possiedono un reddito talmente basso da non riuscire a tenere il passo con il costo della vita. D'altra parte, il problema dei salari bassi si è accentuato negli ultimi anni con il cambiamento che ha caratterizzato il mercato del lavoro dopo le crisi del 2008 e del 2011.

L'impatto sui redditi della crescita del part time e della precarietà

Se è vero che le ultime evidenze in arrivo dai più recenti rilievi statistici vedono crescere il dato generale sull'occupazione, è nel dettaglio che si trova la spiegazione per le difficoltà crescenti di chi possiede redditi bassi.

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La variabile qualitativa sembra infatti aver lasciato il posto a quella quantitativa, pertanto il numero crescente di posti ha visto contemporaneamente un'impennata del lavoro precario e di quello part time (spesso involontario). La conseguenza si è fatta ovviamente sentire sul lato dei redditi, con effetti che spiegano il crescente sviluppo dei "lavoratori poveri".

Per l'Eurostat l'Italia è tra i Paesi maggiormente colpiti dal fenomeno

I numeri a conferma della vicenda appena descritta sono rintracciabili direttamente nelle indagini condotte dall'Eurostat.

Secondo l'Istituto europeo di ricerca statistica, nel Bel Paese quasi un lavoratore su otto si trova davanti al problema di redditi insufficienti per garantirsi uno stile di vita adeguato. Tradotto in numeri si tratta dell'11,7%, ovvero di circa 2,6 milioni di persone che rasentano il rischio di povertà. Anche dal punto di vista dell'analisi del trend le notizie non sono certo confortanti, visto che la tendenza è in crescita rispetto all'anno precedente dell'ultima rilevazione (2016 contro dati 2015), con un aumento del +2,2%.

La classifica europea dei Paesi più colpiti

Per cercare di contestualizzare meglio il quadro, l'Eurostat procede poi ad un benchmark rispetto all'andamento del fenomeno negli altri Paesi europei. Peggio di noi fanno solo altre quattro nazioni, ovvero Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo. Se si pensa che tutto ciò si verifica in un contesto di ripresa generale dell'economia, emerge come il quadro appaia tutt'altro che confortante e con riverberi da non sottovalutare a livello di tenuta sociale.

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