Non sono passate nemmeno 48 ore dai primi risultati delle ultime elezioni, che il cambiamento di idea e di bandiera sta già dilangando come chiazze di petrolio in mare. Siamo arrivati alle urne dopo settimane, mesi, anni, nei quali il Movimento 5 Stelle veniva considerato una chiacchiera della democrazia, un’incompetenza politica, un dramma nazionale ed europeo se fosse andato al governo.
Oggi, con Luigi Di Maio candidato premier, il Movimento 5 Stelle è riuscito a portare a casa un 32% dei voti, abbondanti. Primo partito in Italia. Non amo far giornalismo coi numeri, ma vorrei sottoporne alcuni alla vostra attenzione per renderci meglio conto del risultato enorme (devastante, da alcuni punti di vista, per quelli che certamente non hanno votato il Movimento, per interci) conseguito da un “partito” nato una decina di anni fa.
Una decina di anni fa, alle lezioni politiche del 2008, la coalizione di centro-destra, capitanata da Silvio Berlusconi leader del Popolo della Libertà, portò a casa una maggioranza assoluta con il 46,81% dei voti, a seguire c’era il Partito Democratico capitanato da uno dei suoi padri fondatori, Walter Veltroni, che, con la coalizione di centro-sinistra arrivò a un 37,55% dei voti ed, infine, un timido 5,62% dell’Unione di Centro di Pierferdinando Casini, fresco della scissione dal centro-destra berlusconiano.
Il confronto con le elezioni odierne è presto fatto ed è molto evidente. Siamo passati da un sistema bipartitico ad uno tripartitico nel quale il centro-destra ha perso una decina di punti percentuali, ma, in qualche modo, ha mantenuto una posizione di maggioranza.
Ovviamente, non può essere ignorato che, laddove dieci anni fa il partito trainante della destra era capeggiato dalle forze di Silvio Berlusconi, oggi è lui ad essere trainato da una crescita esponenziale della Lega di Salvini. I grandi numeri, invece, del Partito Democratico si sono quasi dimezzati e il buon vecchio Pierferdinando Casini è confluito in questa percentuale e in questa coalizione. Ad un occhio non esperto, ma semplicemente analitico, non sfugge, dunque, che la perdita di milioni di voti che, in dieci anni, ha colpito il Partito Democratico sia, presumibilmente, confluita in questa nuova reatà che è il Movimento 5 Stelle.
Di che nuova realtà stiamo parlando, tuttavia? Eugenio Scalfari, storico padre fondatore de L’Espresso e de La Repubblica, intervistato da Giovanni Floris il 21 novembre scorso, tuonava categorico: “A chi affiderei il governo del Paese, dovendo scegliere tra Berlusconi e Di Maio?
Sceglierei Berlusconi.” Oggi, sempre dalle dichiarazioni di Scalfari, sentiamo: “Facendo un’alleanza con il Pd non è che ci siano due partiti, diventa un unico partito, Di Maio è il grande partito della sinistra moderna. A questo punto la faccenda cambia, se lui diventa la sinistra italiana, voterò per questo partito.”
Scalfari non è il solo della corrente anti renziana che sta saltando, ad estrema velocità, sul carro dei vincitori. Nemmeno un mese fa il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, dichiarava al Foglio che il Movimento 5 Stelle e “chiunque giocasse in modo poco responsabile con i conti dell’Italia è un pericolo per la nostra economia”. Eppure, oggi, arrivano anche le dichiarazioni del presidente Boccia ad incoraggiare questa nuova alleanza: “Il Movimento 5 Stelle?
Un partito democratico, non fa paura.”
Nessuna meraviglia dal fronte Fiat, con Marchionne che afferma: “Il Movimento 5 Stelle? Ne abbiamo passate di peggio”, nonostante avesse definito Matteo Renzi come “la miglior speranza di questo paese nel 21esimo secolo per accellerare il passo”. Non cambia idea Matteo Renzi, Segretario uscente del Pd, ma ancora Segretario.
“Nei prossimi anni il Pd dovrà stare all’opposizione degli estremisti. Cinque Stelle e Destre ci hanno insultato per anni e rappresentano l’opposto dei nostri valori. Sono anti europeisti, anti politici, hanno usato il linguaggio dell’odio. Ci hanno detto che siamo corrotti, collusi, mafiosi e che abbiamo le mani sporche del sangue dell’immigrazione: non credo che abbiano cambiato idea all’improvviso.
Noi non l’abbiamo cambiata.”
Il Pd dovrebbe stare, per tutti i rappresentati della corrente renziana, all’opposizione, lì dove lo hanno messo i cittadini. Eppure, si sa, le scissioni interne sono scoppiate alla prima conferenza stampa di Matteo Renzi e la classe diringente italiana ha sempre stabilito record mondiali nella disciplina del salto sul carro del vincitore. A meno che, ovviamente, tutti questi calcoli e salti con l’asta non sfocino in un nulla di fatto e non finiscano per andare al governo Salvini.