Di ritorno dal viaggio in Irlanda, Papa Francesco ha espresso la volontà di vedere le immagini che raccontano i drammi subiti dai migranti in Libia. Si tratta di immagini strazianti, derivate dai filmati che scafisti e trafficanti di esseri umani hanno girato all'interno dei campi-lager libici.

''Pensateci bene'' ha detto il pontefice, riferendosi alla proposta di riportare i sopravvissuti giunti sulle nostre coste nel luogo di partenza. ''Pensateci bene'', un invito alla riflessione che dovrebbe coinvolgere chiunque, uomini e donne, cristiani e non cristiani, normali cittadini e politici, che per il ruolo da loro ricoperto hanno il dovere di valutare la realtà dei fatti prima di prendere decisioni in merito.

Libia: gli uomini torturati, le donne abusate

Nei video mostrati a Bergoglio si vedono chiaramente le torture e i supplizi che vengono inferti ai migranti, così come si legge nei loro sguardi la disperazione, il dolore e la sofferenza fisica e psichica che ne deriva. Si vedono migranti picchiati, massacrati, presi a sprangate, denudati e appesi a testa in giù. Altri sono immobilizzati con delle corde e filmati mentre dai loro occhi spalancati sgorgano lacrime di paura, altri ancora vengono ripresi mentre strisciano o si accasciano al suolo.

Basterebbe questo per affermare quanta disumanità dilaghi in quei luoghi, ma in realtà c'è molto di più. Nonostante i documenti visionati dal Papa raccontino solo le angherie a cui vengono sottoposti gli uomini, anche le violenze inflitte alle donne sono altrettanto cruente e prive di ogni rispetto per la persona e la dignità umana.

Sono molte le giovani che hanno denunciato d'aver subito, nei mesi trascorsi in Libia, stupri singoli o di gruppo, oltre ad essere state picchiate o aver avuto degli aborti provocati dalle percosse. Racconti terribili talvolta confermati anche dai medici che le hanno visitate e curate dopo che sono state soccorse nel Mediterraneo e portate in Europa.

La Libia che i governi non vogliono vedere

Tutte queste testimonianze, alle quali si aggiungono le diverse inchieste pubblicate dai giornalisti che si sono recati sul posto e le numerose denunce fatte delle organizzazioni umanitarie, delineano quanto la Libia non possa in alcun modo essere considerata un ''porto sicuro''.

Le prove, ormai innegabili, mostrano in modo evidente il secondo volto di quel Paese con cui l'Italia stringe accordi da anni, finanziandone la Guardia Costiera e inviandogli delle motovedette che idealmente dovrebbero salvare la vita ai naufraghi.

In tali circostanze, anche la connotazione positiva del termine ''salvataggio'' viene a decadere.

Le persone riportate sulle coste libiche vengono salvate dall'annegamento e dai pericoli del mare, ma allo stesso tempo vengono deliberatamente consegnate alle torture che subiranno a terra. Ancor più agghiacciante è la proposta di ''rimandarli indietro'', idea accennata dal ministro dell'Interno Matteo Salvini durante lo stallo della nave Diciotti a Catania, quando ha minacciato l'intenzione di riportare i migranti in Libia se l'Unione Europea non avesse collaborato ad una ridistribuzione. Trasferirli nuovamente in Libia significherebbe condannarli volontariamente a violenze e soprusi, continuando ad ignorare la cruda realtà dei campi libici.